CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA
e singolarmente sugli
effetti che produsse all'occasione delle unzioni malefiche alle quali si
attribuì la pestilenza che devastò Milano l'anno 1630
di Pietro Verri
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I. Introduzione
Fra i molti uomini d'ingegno e di
cuore, i quali hanno scritto contro la pratica criminale della tortura e contro
l'insidioso raggiro de' processi che secretamente si fanno nel carcere, non ve
n'è alcuno il quale abbia fatto colpo sull'animo dei giudici; e quindi poco o
nessuno effetto hanno essi prodotto. Partono essi per lo più da sublimi
principj di legislazione riserbati alla cognizione di alcuni pochi pensatori
profondi, e ragionando sorpassano la comune capacità; quindi le menti degli
uomini altro non ne concepiscono se non un mormorìo confuso, e se ne sdegnano e
rimproverano il genio di novità, la ignoranza della pratica, la vanità di voler
fare il bello spirito, onde rifugiandosi alla sempre venerata tradizione de'
secoli, anche più fortemente si attaccano ed affezionano alla pratica
tramandataci dai maggiori. La verità s'insinua più facilmente quando lo scrittore
postosi del pari col suo lettore parte dalle idee comuni, e gradatamente e
senza scossa lo fa camminare e innalzarsi a lei, anzi che dall'alto
annunziandola con tuoni e lampi, i quali sbigottiscono per un momento, indi
lasciano gli uomini perfettamente nello stato di prima.
Sono già più anni, dacché il
ribrezzo medesimo che ho per le procedure criminali mi portò a volere esaminate
la materia ne' suoi autori, la crudeltà e assurdità de' quali sempre più mi
confermò nella opinione di riguardare come una tirannia superflua i tormenti
che si danno nel carcere. Allora feci molte annotazioni sul proposito, le quali
rimasero oziose. Parimenti già da più anni riflettendo io al fatto, che fece
diroccare la casa di un cittadino e piantarvi per pubblico decreto la colonna
infame, dubitai da principio se fosse possibile il delitto, per cui vennero
condannati molti infelici, indi decisamente fui persuaso essere impossibile e
in fisica e in morale che si diano unzioni artefatte maneggevoli impunemente
dall'autore, le quali al solo tatto esterno, dopo essere state all'aria aperta
sulle pareti delle strade, cagionino la pestilenza, e che possano più uomini
collegarsi affine di dare la morte indistintamente a tutta la loro città. Mi
venne a caso fra le mani il voluminoso processo manoscritto che riguardava quel
fatto, e dall'attenta lettura mi trovo convinto sempre più nella mia opinione.
Questo libro è nato dalle osservazioni fatte e sugli autori criminalisti e sul
fatto delle unzioni venefiche.
Cerco che il lettore imparziale
giudichi se le mie opinioni sieno vere o no. Io mi asterrò dal declamare,
almeno me lo propongo; e se la natura mi farà sentir la sua voce talvolta, e la
riflessione mia non accorrerà sempre a soffocarla, ne spero perdono: procurerò
di reprimerla il più che potrò, giacché non cerco di sedurre né me stesso né il
lettore, cerco di camminare placidamente alla verità. Non aspetto gloria alcuna
da quest'opera. Ella verte sopra di un fatto ignoto al resto dell'Italia; vi
dovrò riferire de' pezzi di processo, e saranno le parole di poveri sgraziati e
incolti che non sapevano parlare che il lombardo plebeo; non vi sarà eloquenza
o studio di scrivere: cerco unicamente di schiarire un argomento che è
importante. Se la ragione farà conoscere che è cosa ingiusta, pericolosissima e
crudele l'adoperar le torture, il premio che otterrò mi sarà ben più caro che
la gloria di aver fatto un libro, avrò difesa la parte più debole e infelice
degli uomini miei fratelli; se non mostrerò chiaramente la barbarie della
tortura, quale la sento io, il mio libro sarà da collocarsi fra i moltissimi
superflui. In ogni evento, sebbene anche ottenga il mio fine, e che
illuminatasi la opinione pubblica venga stabilito un metodo più ragionevole e
meno feroce per rintracciare i delitti, allora accaderà del mio libro come dei
ponti di legno che si atterrano, innalzata che sia la fabbrica, e come avvenne
al sig. marchese Maffei, che distruggendo la scienza cavalleresca e
annientandone gli scrittori, annientò pure il suo libro, che ora nessuno più
legge perché non esiste l'oggetto per cui era scritto.
La maggior parte de' giudici
gradatamente si è incallita agli spasimi delle torture per un principio
rispettabile, cioè sacrificando l'orrore dei mali di un uomo solo sospetto reo,
in vista del ben generale della intiera società. Coloro che difendono la
pratica criminale, lo fanno credendola necessaria alla sicurezza pubblica, e
persuasi che qualora si abolisse la severità della tortura sarebbero impuniti i
delitti e tolta la strada al giudice di rintracciarli. Io non condanno di vizio
chi ragiona così, ma credo che sieno in un errore evidente, e in un errore di
cui le conseguenze sono crudeli. Anche i giudici che condannavano ai roghi le
streghe e i maghi nel secolo passato, credevano di purgare la terra da' più
fieri nemici, eppure immolavano delle vittime al fanatismo e alla pazzia.
Furono alcuni benemeriti uomini i quali illuminarono i loro simili, e, scoperta
la fallacia che era invalsa ne' secoli precedenti, si astennero da quelle
atrocità e un più umano e ragionevole sistema vi fu sostituito. Bramo che con
tal esempio nasca almeno la pazienza di esaminar meco se la tortura sia utile e
giusta: forse potrò dimostrare che è questa una opinione non più fondata di
quello lo fosse la stregheria, sebbene al par di quella abbia per sé la pratica
de' tribunali e la veneranda tradizione dell'antichità.
Comincierò dal fatto della
colonna infame, poscia passerò a trattare in massima la materia; ma prima
conviene dare un'idea della pestilenza che rovinò Milano nel 1630.
II. Idea della pestilenza che devastò Milano nel 1630
Il Ripamonti, cattivo
ragionatore, buon latinista, cronista inesatto, ma sincero espositore delle
cose de' suoi tempi, ha scritta la storia della pestilenza accaduta al tempo
appunto in cui viveva, e fa una vivissima compassione la sola idea
dell'esterminio, a cui soggiacque la nostra patria in quel tempo. Si tratta
niente meno che della distruzione di due terze parti de' cittadini. La
crudelissima pestilenza fu delle più spietate che rammemori la storia. Alla
distruzione fisica si accoppiarono tutti i più terribili disastri morali. Ogni
legame sociale si stracciò; niente era più in salvo, né le sostanze, né la
vita, né l'onestà delle mogli; tutto era esposto alla inumanità, e alla rapina
di alcuni pessimi uomini, i quali tanto ferocemente operavano nel seno della
misera lor patria spirante, come appena un popolo selvaggio farebbe nel paese
nemico. I Monati, classe di uomini trascelta per assistere gli ammalati.
invadevano le case; trasportavano le robe che vi trovavano; violavano le figlie
e le consorti impunemente sotto gli occhi dell'agonizzante padre o marito;
obbligavano a redimersi colla somma di danaro che lor piaceva i parenti, colla
minaccia di trasportare i figli o le spose, benché sani, al lazzaretto. I
giudici tremanti per la propria vita ricusavano ogni ufficio. Varj ladroni,
fingendosi Monati, invadevano e saccheggiavano ogni cosa: tale è lo spettacolo
che ci viene descritto dal Ripamonti, che pianse siccome egli attesta, più e più
volte in vista di sì orrende calamità. Tali erano i costumi, tale era lo
spirito che agitò i nostri antenati in quel tempo, che forse troppo
incautamente taluni vorrebbero far ritornare coi loro voti.
La storia di questa sciagura
conviene cominciarla da un dispaccio, che dalla corte di Madrid venne al
marchese Spinola, allora governatore. Il dispaccio era firmato dal re Filippo
IV. Rara cosa assai era in que' tempi la venuta di un dispaccio, ed era questo
un avvenimento che occupava tutta la città, poiché non si partiva dalla corte
un reale rescritto se non per gravissime cagioni. Il dispaccio avvisava il
governatore essere stati osservati in Madrid quattro uomini, che avevan portati
degli unguenti per recare la pestilenza in quella reale città, essere costoro
fuggiti, non sapersi in qual parte si fossero essi rivolti per recarvi le
malefiche unzioni; quindi se ne avvisava il governatore, acciocché attentamente
vegliasse in difesa anche del Milanese. Hae litterae, dice il Ripamonti,
quia majestatis ipsius chirographo subsignatae fuerunt, grande sane momentum
inclinandis ad pessima quaeque credenda animis facere potuerunt. [Queste
lettere, essendo firmate di propria mano dal re, furono di gran peso sugli
animi de' cittadini, già proclivi a credere ogni più nefando delitto]. In que'
tempi l'ignoranza delle cose fisiche era assai grande. Taluno avrà pensato
allora: è egli possibile il formare una materia che toccandosi dia la
pestilenza? Se anche sia possibile, potrà un uomo portarla seco senza caderne
vittima? Quattro uomini collegansi per un tale viaggio, e girano il mondo colla
pestilenza nelle ampolle per divulgarla! A qual fine? Per quale utilità? Ma i
pochi che avranno così pensato, non avranno avuto ardire di palesarlo;
l'autorità di un dispaccio, l'opinione popolare erano terribili contrasti che
esponevano a troppo grave pericolo l'uomo che avesse annunziata questa verità.
Si sparse adunque l'opinione e il sospetto generalmente di queste malefiche
unzioni.
Sappiamo dalla storia come
fossero allora governati i popoli sotto Filippo IV. La pestilenza della
Germania per la Valtellina liberamente entrò nel Milanese, portatavi dalle
truppe imperiali che transitarono per innoltrarsi a Mantova, poco dopo la
vociferazione del dispaccio. Ma l'opinione comune del popolo volle
ostinatamente piuttosto credere essere la vociferata pestilenza un'artificiosa
invenzione de' medici per acquistar lucro, anzi che esaminare e chiarire il
fatto. Era forse una tal diffidenza l'effetto della lunga serie d'inganni
sofferti dalla classe superiore. Inutilmente i medici più istruiti divulgavano
le prove degli ammalati che avevano veduti morire di pestilenza, che la plebe
sempre li risguardava come autori di una malignamente immaginata diceria.
Celebre è il fatto accaduto al venerabile nostro Ludovico Settala, uomo sommo
per que' tempi, non tanto per l'erudizione, la coltura, la scienza medica e le
cognizioni di stona naturale di cui il nostro museo ebbe fra i contemporanei
d'Europa il primato, quanto per la nobiltà e virtù del suo animo, che
disinteressatamente e instancabilmente usò dei talenti a beneficio del popolo.
Questi mentre cavalcava, siccome allora era costume de' medici, venne
attorniato tumultuosamente da una folla di uomini, donnicciuole, fanciulli, ed
ogni classe di plebaglia, indi villanissimamente insultato quale principale
autore della opinione che nella città vi fosse la pestilenza, che le turbe
esclamavano essere unicamente ne' peli della di lui barba: Ita gravissimus
optimusque senex, et antistes sapientiae Septalius, qui innumeris pene
mortalibus vitam excellentia artis, quique multis etiam liberalitate sua
subsidia vitae dederat, ob petulantiam, stoliditatemque multitudinis periculum
adiit [In tal guisa l'ottimo vecchio. che aveva salvata la vita ad un gran
numero di persone colla perizia dell'arte e col largire il proprio denaro,
corse un grave pericolo per la stolidaggine e la petulanza del volgo]. Così il
Ripamonti.
Convenne finalmente col crescere
della peste e il moltiplicarsi giornalmente il numero de' morti disingannare il
popolo, e persuaderlo che il malore purtroppo era nella città, e laddove i
discorsi nessun effetto producevano, si dovettero far manifesti sopra gran
carri gli ammassi de' cadaveri nudi aventi i bubboni venefici, e così per le
strade dell'affollata città girando questo spettacolo portò infine la
convinzione negli animi, e forse propagò più estesamente la pestilenza. Allora
fu che il popolo furiosamente si rivolse ad ogni eccesso di demenza. Nei
disastri pubblici l'umana debolezza inclina sempre a sospettarne cagioni
stravaganti anzi che crederli effetti del corso naturale delle leggi fisiche.
Veggiamo i contadini attribuir la gragnuola non già alle leggi delle meteore,
ma piuttosto alle streghe. Veggiamo i saggi Romani istessi al tempo, in cui erano
rozzi, cioè l'anno di Roma 423 sotto Claudio Marcello e Cajo Valerio,
attribuire la pestilenza, che gli afflisse a' veleni apprestati da una troppo
inverosimile congiura di matrone romane: come Livio lib. VIII, cap. XII, Dec.
I: Proditum falso esse venenis absumptos, quorum mors infamem annum
pestilentia fecerit [Falsamente si disse che erano morti avvelenati coloro
la cui morte invece fu provocata, in quel terribile anno, dalla pestilenza].
Veggiamo in Napoli, pure nel secolo scorso, cioè nel 1656, attribuita la
pestilenza agli Spagnuoli o allo stesso viceré per rovinare il popolo con
polveri pestifere, e si credette "che per la città andavano girando
persone con polveri velenose e che bisognava andar di loro in traccia per
isterminarle; così in varie truppe uniti andavan cercando questi sognati
avvelenatori, ed avendo incontrati due soldati del torrione del Carmine, affin
di attaccar brighe che poi finissero in tumulti, avventaronsi sopra di essi,
imputandoli di aver loro trovato addosso la sognata polvere. Al rumore essendo
accorsa molta gente, per buona sorte vi capitò ancora un uomo dabbene, il quale
con soavi parole e moderati consiglj li persuase che dassero nelle mani della
giustizia uomini cotanto scellerati, affine, oltre del supplizio che di lor si
sarebbe preso, si potesse da essi sapere l'antidoto al veleno, e con tale
industria gli riuscì di salvarli; ma appena saputosi che quei due soldati uno
era di nazione Francese e l'altro Portoghese, ed uscita anche voce che
cinquanta persone con abiti mentiti andavan spargendo le polveri velenose, si
videro maggiori disordini; poiché tutti coloro che andavan vestiti con abiti
forastieri, e con scarpe o cappelli o altra cosa differente dal comune uso de'
cittadini, correvan rischio della vita. Per acchetar dunque la plebe bisognò
far morire sopra la ruota Vittorio Angelucci reo per altro di altri delitti,
tenuto costantemente dal volgo per disseminatore di polveri, ma nell'istesso
tempo fu presa rigorosa vendetta degl'inventori di questa favola, molti di essi
essendosene stati in oscure carceri condotti, cinque di loro in mezzo al
mercato sulle forche perderono ignominiosamente la vita, e in cotal guisa
furono i rumori quietati": così Giannoneal lib. XXXVII, cap. VII. Non è
dunque da meravigliarsi se anche in Milano, in mezzo a tanta e sì crudele
sciagura, sotto un così maligno flagello, se ne sospettasse volgarmente la
cagione nella rnalignità degli uomini, e si credesse verificato il danno
predetto del reale dispaccio e prodotto lo sterminio dalle malefiche unzioni.
Simili opinioni, quanto sono più stravaganti, tanto più trovano credenza;
perché appunto di uno stravagante effetto se ne crede stravagante la cagione, e
più si gode nel trovarne l'origine nella malizia dell'uomo, che si può
contenere, anzi che nella implacabile fisica che si sottrae alle umane
istituzioni. In quel secolo poi sappiamo quale fosse la coltura degli studj,
unicamente rivolti alle parole ed ai delirj della immaginazione. L'opinione
quindi delle unzioni malefiche divenne generalmente la trionfante: ogni macchia
che apparisse sulle pareti era un corpo di delitto: ogni uomo che
inavvedutamente stendesse la mano a toccarle era a furore di popolo strascinato
alle carceri, quando non fosse massacrato dalla stessa ferocia volgare. Il
Ripamonti riferisce due fatti, dei quali è stato testimonio oculare. Uno, di
tre Francesi viaggiatori i quali esaminando la facciata del duomo toccarono il
marmo, e furono percossi malamente e strascinati in carcere assai mal conci;
l'altro d’un povero vecchio ottuagenario di civile condizione, il quale prima
di appoggiarsi alla panca nella chiesa di S. Antonio levò, col passarvi il
mantello, la polvere: quell'atto, credutosi una unzione, inferocì il popolo
nella casa del Dio di mansuetudine, e presolo pe' pochi capegli e per la barba
a pugni, calci ed ogni genere di percosse, non l'abbandonò se non poiché lo
rese cadavere. Tale era lo spirito di que' tempi.
La pestilenza andava sempre più
mietendo vittime umane, e si andava disputando sulla origine di quella anziché
accorrervi al riparo. Gli uni la facevano discendere da una cometa che fu in
quell'anno osservata nel mese di giugno truci u1tra solitum etiam facie
[d'aspetto più spaventevole ancora dell'usato], come scrive il Ripamonti. Altri
ne davano l'origine agli spiriti infernali, e v'era chi attestava d'avere
distintamente veduto giungere sulla piazza del duomo un signore strascinato da
sei cavalli bianchi in un superbo cocchio, e attorniato da numeroso corteggio.
Si osservò che il signore aveva una fisonomia fosca ed infuocata; occhi
fiammeggianti, irsute chiome e il labbro superiore minaccioso. Entrato questi
nella casa, ivi furono osservati tesori, larve, demonj e seduzioni d'ogni
sorta, per adescare gli uomini a prendere il partito diabolico: di tali opinioni
se ne può vedere più a lungo la storia nel citato Ripamonti. Fra tai delirj si
perdevano i cittadini anche più distinti e gli stessi magistrati; e in vece di
tenere con esatti ordini segregati i cittadini gli uni dagli alti, in vece
d'intimare a ciascuno di restarsene in casa, destinando uomini probi in
quartieri diversi per somministrare quanto occorreva a ciascuna famiglia,
rimedio il solo che possa impedire la comunicazione del malore, e rimedio che
adoperato da principio avrebbe forse con meno di cento uomini placata la
pestilenza; in vece, dico, di tutto ciò. si è comandata con una mal'intesa
pietà una processione solenne, nella quale si radunarono tutti i ceti de'
cittadini, e trasportando il corpo di S. Carlo per tutte le strade frequentate
della città, ed esponendolo sull'altar maggiore del duomo per più giorni alle
preghiere dell'affollato popolo, prodigiosamente si comunicò la pestilenza alla
città tutta, ove da quel momento si cominciarono a contare sino novecento morti
ogni giorno. In una parola, tutta là città immersa nella più luttuosa ignoranza
si abbandonò ai più assurdi e atroci delirj, malissimo pensati furono i
regolamenti, stranissime le opinioni regnanti, ogni legame sociale venne
miseramente disciolto dal furore della superstiziosa credulità; una
distruttrice anarchia desolò ogni cosa, per modo che le opinioni flagellarono
assai più i miseri nostri maggiori di quello che lo facesse la fisica in quella
luttuosissima epoca; si ricorse agli astrologi, agli esorcisti, alla
inquisizione, alle torture, tutto diventò preda della pestilenza, della
superstizione, del fanatismo e della rapina; cosicché 1a proscritta verità in
nessun luogo poté palesarsi. Cento quaranta mila cittadini Milanesi perirono
scannati dalla ignoranza.
III. Come sia nato il processo contro Guglielmo Piazza
commissario della sanità
Mentre la pestilenza inferiva più
che mai, dopo la processione già detta, la mattina del giorno 21 giugno 1630
una vedova per nome Caterina Troccazzani Rosa, che alloggiava nel corritore
che attraversa la Vedra de' cittadini, vide dalla finestra Guglielmo
Piazza che dal Carrobio entrò nella contrada, e accostato al muro dalla parte
dritta entrando, passò sotto il corritore, indi giunto alla casa di S. Simone,
ossia al termine della casa Crivelli che allora aveva una pianta grande di
lauro, ritornò indietro. Lo stesso fu osservato da altra donna per nome Ottavia
Persici Boni. La prima di queste donne disse nell'esame, che il Piazza "a
luogo a luogo tirava con le mani dietro al muro": l'altra dice, che alla
muraglia del giardino Crivelli "aveva una carta in mano, sopra la qual
mise la mano dritta, che mi pareva che volesse scrivere, e poi vidi che levata
la mano dalla carta la fregò sopra la muraglia".
Attestano che ciò accadde alle
ore otto, che era giorno fatto, che pioveva. Le due donne sparsero nel vicinato
immediatamente il sussurro di aver veduto chi faceva le unzioni malefiche, le
quali in processo poi la Troccazzani Rosa disse "aveva veduto colui a fare
certi atti attorno alle muraglie, che non mi piacciono niente". La
vociferazione immediatamente si divulgò da una bocca all’altra, come risulta
dal processo; si ricercò se le muraglie fossero sporche, e si osservò che
dall'altezza di un braccio e mezzo da terra vi era del grasso giallo, e ciò singolarmente
sotto la porta del Tradati, e vicino all’uscio del barbiere Mora. Si abbruciò
paglia al luogo delle unzioni, si scrostò la muraglia, fu tutto il quartiere in
iscompiglio.
Prescindasi dalla impossibilità
del delitto. Niente è più naturale che il passeggiare vicino al muro allorché
piove in una città come la nostra, dove si resta al coperto della pioggia. Un
delitto così atroce non si commette di chiaro giorno, nel mente che i vicini
dalle finestre possono osservare; niente è più facile che lo sporcare quante
muraglie piace col favore della notte. Su di questa vociferazione il giorno
seguente si portò il capitano di giustizia sul luogo, esaminò le due nominate
donne, e quantunque né esse dicessero di avere osservato che il muro sia
rimasto sporco dove il Piazza pose le mani, né i siti ne' quali si era
osservato l'unto giallo corrispondessero ai luoghi toccati, si decretò la
prigionia del commissario della sanità Guglielmo Piazza.
Se lo sgraziato Guglielmo Piazza
avesse commesso un delitto di tanta atrocità, era ben naturale che attento
all'effetto che ne poteva nascere e istrutto del rumore di tutto il vicinato
del giorno precedente, non meno che della solenne visita che il giorno 22 vi
fece ai luoghi pubblici sulla strada il capitano di giustizia, si sarebbe dato
a una immediata fuga. Gli sgherri lo trovarono alla porta del presidente della
sanità, da cui dipendeva, e lo fecero prigione. Visitossi immediatamente la
casa del commissario Piazza, e dal processo risulta che non vi si trovarono né
ampolle, né vasi, né unti, né danaro, né cosa alcuna che desse sospetto contro
di lui
Appena condotto in carcere
Guglielmo Piazza fu immediatamente interrogato dal giudice, e dopo le prime
interrogazioni venne a chiedergli se conosceva i deputati della parrocchia, al
che rispose che non li conosceva. Interrogato se sapesse che siano stato unte
le muraglie, disse che non lo sapeva. Queste due risposte si giudicarono
"bugie e inverosimiglianze". Su queste bugie e inverosimiglianze fu
posto ai tormenti. L'infelice protestava di aver detta la verità, invocava Dio,
invocava S. Carlo, esclamava, urlava dallo spasimo, chiedeva un sorso di acqua
per ristoro; finalmente per far cessare lo strazio disse: "Mi facci
lasciar giù che dirò quello che so". Fu posto a terra, e allora nuovamente
interrogato rispose: "Io non so niente: V. S. mi facci dare un poco
d'acqua"; su di che nuovamente fu alzato e tormentato, e dopo una
lunghissima tortura nella quale si voleva che nominasse i deputati, egli
esclamava sempre: "Ah Signore, ah S. Carlo! se lo sapessi lo direi";
poi disperato dal martirio gridava: "Ammazzatemi, ammazzatemi"; e
insistendo il giudice a chiedergli "che si risolva ormai di dire la verità
per qual causa neghi di conoscere i deputati della parrocchia, e di sapere che
siano state unte le muraglie", rispose quell'infelice: "La verità
l'ho detta, io non so niente, se l'avessi saputo l'avria detto; se mi vogliono
ammazzare che mi ammazzino": e gemendo e urlando da uomo posto all’agonia
persisté sempre nello stesso detto, sinché submissa voce ripeteva di
aver detta la verità, e perdute le forze cessò d'esclamare, onde fu calato e
riposto in carcere.
Qual'inverosimiglianza vi era mai
nelle risposte del disgraziato Guglielmo Piazza? Egli abitava nella contrada di
S Bernardino, e non alla Vedra, poteva benissimo ignorare un fatto notorio a
quel vicinato. Che obbligo aveva quel povero uomo da saper chi fossero i
deputati della parrocchia? Che pericolo correva mai egli, se gli avesse
conosciuti, nel dirlo? Che pericolo correva mai se diceva pure di aver saputo
che fossero state unte le muraglie alla Vedra?
Venne riferito al senato l'esame
fatto e il risultato dei tormenti dati a quell'infelice: decretò il senato che
il presidente della sanità e il capitano di giustizia, assistendovi anche il
fiscale Tornielli, dovessero nuovamente tormentare il Piazza acri tortura
cum ligatura canubis, et interpollatis vicibus, arbitrio etc. [con aspra
tortura, con legami di canapa e viti intercalate, ad arbitrio]; ed è da notarsi
che vi si aggiunge, abraso prius disto Gulielmo et vestibus curiae induto,
propinata etiam, si ita videbitur praefatis praesidi ct capitaneo, potione
expurgante [dopo aver provveduto a rasare il capo al sunnominato Guglielmo,
a vestirlo con abiti curiali e, se sembrava opportuno al presidente e al
capitano predetti, a somministrargli una pozione purgativa]: e ciò perché in
quei tempi credevasi che o ne' capelli e peli, ovvero nel vestito, o persino
negli intestini tranguggiandolo, potesse avere un amuleto o patto col demonio, onde
rasandolo, spogliandolo e purgandolo ne venisse disarmato. Nel 1630 quasi tutta
l'Europa era involta in queste tenebre superstiziose.
Fa commovere tutta l'umanità la
scena della seconda tortura col canape, che dislocando le mani le faceva
ripiegare sul braccio, mentre l'osso dell'omero si dislocava dalla sua cavità.
Guglielmo Piazza esclamava, mentre si apparecchiava il nuovo supplizio:
"Mi ammazzino che l'avrò a caro, perché la verità l'ho detta"; poi,
mentre si cominciava il crudelissimo slogamento delle giunture, diceva:
"Che mi ammazzino, che son qui". Poi aumentandosi lo strazio gridava:
"Oh Dio mi, sono assassinato, non so niente, e se sapessi qualche cosa non
sarei stato sin adesso a dirlo". Continuava e cresceva per gradi il
martirio, sempre s'instava e dal presidente della sanità e dal capitano di
giustizia, perché rispondesse sui deputati della parrocchia e sulla scienza
d'essere state unte le muraglie. Gridava lo sfortunato Guglielmo: "Non so
niente! fatemi tagliar la mano, ammazzatemi pure: oh Dio mi, oh Dio mi!".
Sempre instavano i giudici, sempre più incrudelivano, ed egli rispondeva
esclamando e gridando: "Ah Signore, sono assassinato! Ah Dio mi, son
morto!". Fa ribrezzo il seguire questa atroce scena! A replicate istanze replicava
sempre lo stesso, protestando di aver detto la verità, e i giudici nuovamente
volevano che dicesse la verità; egli rispose: "Che volete che dica?".
Se gli avessero suggerito un'immaginaria accusa, egli si sarebbe accusato; ma
non poteva avere nemmeno la risorsa d'inventare i nomi di persone che non
conosceva. Esclamava; "Oh che assassinamento!". E finalmente dopo una
tortura, durante la quale si scrissero sei facciate di processo, persistendo
egli anche con voce debole e sommessa a dire: "Non so niente, la verità l'ho
detta, ah! che non so niente", dopo un lunghissimo e crudelissimo martirio
fu ricondotto in carcere.
IV. - Come il commissario Piazza si sia accusato reo delle
unzioni pestilenziali, ed abbia accusato Gian Giacomo Mora
Il Ripamonti riferisce una crudelissima
circostanza, ed è, che terminata la tortura del Piazza, i giudici ordinassero
di ricondurlo in carcere colle ossa slogate, quale era, senza rimetterle a
luogo, e che l'orrore di continuare nello spasimo abbia allora cavato di bocca
l'accusa a se stesso del Piazza; ma nel processo, che ho nelle mani, di ciò non
vedo alcun vestigio. Appare da questo, che fosse promessa al Piazza l'impunità
qualora palesasse il delitto e i complici. È assai verosimile che nel carcere
istesso si sia persuaso a quest'infelice, che persistendo egli nel negare, ogni
giorno sarebbe ricominciato lo spasimo; che il delitto si credeva certo, e
altro spediente non esservi per lui fuorché l'accusarsene e nominare i
complici, così avrebbe salvata la vita e si sarebbe sottratto alle torture
pronte a rinnovarsi ogni giorno. Il Piazza dunque chiese ed ebbe l'impunità, a
condizione però che esponesse sinceramente il fatto. Ecco perciò che al terzo
esame egli comparve, e accusandosi senza veruna tortura o minaccia d'avere unto
le muraglie, pieno di attenzione per compiacere i suoi giudici, cominciò a dire
che l'unguento gli era stato dato dal barbiere che abitava sull'angolo della
Vedra (ove attualmente sta la colonna infame) che questo unguento era giallo, e
gliene diede da tre once circa. Interrogato se col barbiere egli avesse
amicizia, rispose: "È amico, signor sì, buon dì, buon anno, è amico,
signor sì". Quasi che le confidenze di un misfatto così enorme si
facessero a persone appena conoscenti, "amico di buon dì, buon anno".
Come poi seguì così orribile concerto? Eccone le precise parole. I1 barbiere di
primo slancio disse al Piazza, che passava avanti la bottega "Vi ho poi da
dare non so che; io gli dissi, che cosa era? ed egli rispose: è un non so che
unto; ed io dissi: verrò poi a torlo; e così da lì a tre dì me lo diede
poi". Questo è il principio del romanzo. Va avanti. Dice il Piazza, che
allora che gli fece tal proposizione vi erano "tre o quattro persone, ma
io adesso non ho memoria chi fossero, però m'informerò da uno che era in mia
compagnia chiamato Matteo che fa il fruttarolo e che vende gambari in Carrobio,
quale io manderò a dimandare, che lui mi saprà dire chi erano quelli che erano
con detto barbiere". Chi mai crederà, che in tal guisa alla presenza di
quattro testimonj si formino così atroci congiure! Eppure allora si credette:
I. Che la peste, che si sapeva
venuta dalla Valtellina, fosse opera di veleni fabbricati in Milano
II. Che si possano fabbricar
veleni, che dopo essere stati all'aria aperta, al solo contatto diano la morte.
III. Che se tai veleni si
dessero, possa un uomo impunemente maneggiarli.
IV. Che si possa nel cuore umano
formare il desiderio di uccidere gli uomini così a caso.
V. Che un uomo, quando fosse
colpevole di tal chimera, resterebbe spensierato dopo la vociferazione di due
giorni, e si lascerebbe far prigione.
VI. Che il compositore di tal
supposto veleno, in vece di sporcarne da sé le muraglie, cercasse
superfluamente de' complici.
VII. Che per trascegliere un
complice di tale abbominazione, gettasse l'occhio sopra un uomo appena
conosciuto.
VIII. Che questa confidenza si
facesse alla presenza di quattro testimonj, e il Piazza ne assumesse l'incarico
senza conoscerli, e colla vaga speranza di ottenere un regalo promessogli da un
povero barbiere!
Tutte queste otto proposizioni si
pongano da una parte della bilancia. Dall’altra parte si ponga un timore
vivissimo dello strazio e de' spasmi sofferti, che costringe un innocente a
mentire, indi la ragione pesi e decida qual delle due parti contiene più
inverosimiglianza. Anche nella Francia in que' tempi fu bruciata 1a marescialla
d'Ancre, come strega, per sentenza del parlamento di Parigi: tutta l'Europa era
assai più nelle tenebre, di quello che ora vi sia. È da osservare che anche in
quest'orribile disordine vi si immischiò il sortilegio, la fattucchieria; e
l'infelice Piazza, per trovare la scusa perché non avesse fatto questo
racconto, o come diceva allora il giudice, "detta la verità", in
prima rispose di attribuirlo a un'acqua che gli diede da bere il barbiere, la
qual'acqua perché poi non operasse nel terzo esame, siccome aveva fatto ne' due
primi, nessuno lo ricercò.
Su questi fondamenti si passò a
far prigione il barbiere Gian-Giacomo Mora; e quello che pure meritava
osservazione fu, che lo colsero in sua casa fra la moglie e i figli (in quella
casa poi che venne distrutta per piantarvi la colonna infame). Dal primo
esame del Mora risulta che eragli stata nota la vociferazione dell'unto fatto
nel quartiere il giorno di venerdì 21 giugno; che parimenti eragli nota la
prigionia del commissario Piazza, seguita il giorno 22 che fu sabato: e al
mercoledì, giorno 26, si sarebbe lasciato cogliere in sua casa se fosse stato
reo? Tutto ciò che avvenne all'atto dell'arresto conferma l'innocenza, non meno
che la sorpresa di quest’infelice. Egli aveva preparato pel commissario un
unguento che fabbricava per preservarsi dal mal contagioso, ugnendosi le tempia
e le ascelle; unguento, di cui descrisse poi la ricetta, che in que' tempi si
conosceva sotto il nome di "unguento dell'impiccato". Il commissario
diede l'ordine al barbiere di prepararglielo, e fu fatto prigione prima che
glielo consegnasse. Credette il Mora che la cattura fosse per aver egli
fabbricato l'unguento che era di pertinenza degli speziali. Si lagnava di esser
legato per un simile motivo: "Se per sorte", (dice egli mentre è
arrestato in casa, prima di condurlo prigione) "sono venuti in casa,
perché io abbia fatto quell'elettuario e non l'abbia potuto fare, non so che
farci, l'ho fatto a fine di bene e per salute de' poveri"; poi allo sbirro
diceva: "Non stringete la legatura alla mano, perché non ho fallato";
indi sospirando e battendo un piede, esclamò: "Sia lodato Iddio!".
Nella minutissirna visita fatta
alla casa in presenza del Mora egli rese conto de' barattoli d'unguenti,
d'elettuarj e d'altre polveri e pillole che gli si ritrovarono in bottega. Poi
nel cortile della sua piccola casetta vi si osservò "un fornello con
dentro murata una caldaja di rame, nella quale si è trovato dentro dell'acqua
torbida, in fondo della quale si è trovato una materia viscosa, gialla e
bianca, la quale gettata al muro, fattane la prova, si attaccava" Chi mai
crederebbe che un potentissimo veleno, che al toccarlo conduce alla morte, si
tenesse in un aperto cortile, in una caldaja visibile a tutti, in una casa dove
v'erano più uomini, perché i Mora aveva figlj e moglie, come consta anche dal
processo? Le tenere fanciulle e la figlia per la quale risulta che aveva fatto
un unguento per i vermi, potevano elleno essere partecipi del secreto? Potevasi
lasciare in libertà di ragazzi un veleno che uccide col tatto, riponendolo in
una caldaja fissata nel muro del cortile? Dopo che era tanto solenne il
processo da sei giorni, era poi egli possibile che il fabbricatore e distributore
dell'unto conservasse placidamente quel corpo di delitto alla vista, riposto
nel cortile? Nessuno di tai pensieri venne in capo al giudice. Interrogato il
Mora cosa contenesse quella caldaja, rispose nell'atto della visita: "L'è
smoglio", cioè ranno. Nuovamente poi interrogato nel primo esame, rispose:
"Signore, io non so niente, l'hanno fatto far le donne: che ne dimandino
conto da loro che lo diranno; e sapeva tanto io che quel smoglio vi fosse,
quanto che mi credessi d'esser oggi condotto prigione: e quello è mestiero che
fanno le donne, del quale io non mi impedisco". Su di questo proposito
interrogata la moglie dello sventurato Mora per nome Chiara Brivia, risponde
d'aver fatto il bucato quindici giorni prima, e d'aver lasciato del ranno
"nella caldara, quale è là nel cortino".
Questo ranno doveva essere il
corpo del delitto. Si esaminarono alcune lavandaje. Margarita Arpizzanelli
prima di visitare il ranno propala la sua teoria dicendo al giudice: "Sa
V. S. che con il smoglio guasto si fanno degli eccellenti veleni che si posson
fare?". Si vede che il fanatismo era al colmo, e che le persone che si
esaminavano, a costo d'inventare nuove e sconosciute proprietà, volevano
sacrificare una vittima, e credevano di servir Dio e la patria inventando un
delitto. Si visita il ranno da questa Arpizzanelli lavandaja, e questa giudica:
"Questo smoglio non è puro, ma vi è dentro delle furfanterie, perché il
smoglio puro non ha tanto fondo, né di questo colore, perché lo fa bianco,
bianco, e non è tacchente come questo, il quale ha brutto colore, ed è
tacchente, e sta a fondo, e pare cosa grassa; ma quello del vero smoglio, in
movendosi il vaso in che si trova, si move tutto il detto fondo". Presso
poco diè lo stesso giudizio l'altra lavandaja Giacomina Endrioni, che disse:
"Mi pare che vi sia qualche alterazione, ed il smoglio si vede che quanto
più se gli ruga dentro diventa più negro e più infame. Con lo smoglio marzo,
cattivo, si fanno di gran porcherie e tossichi". Non credo che verun
chimico saprebbe fare un veleno coll'acqua del bucato. In una bottega poi di un
barbiere, dove si saranno lavati de' lini sporchi e dalle piaghe e da' cerotti,
qual cosa più naturale che il trovarvi un sedimento viscido, grasso, giallo
dopo varj giorni d'estate?
Né fu meno funesto il giudizio
de' fisici. Il fisico collegiato Achille Carcano concluse con quella opinione:
"Io non ho osservato troppo bene che cosa facci lo smoglio, ma dico bene
che per rispetto alla ontuosità, che si vede in quest'acqua può essere causata
da qualche panno ontuoso lavato in essa, come sarebbe mantili, tovaglie e cose
simili; ma perché in fondo di quell'acqua vi ho vista ed osservata la qualità
della residenza che vi è, e la quantità in rispetto alla poca acqua, dico e
concludo non potere in alcun modo a mio giudizio essere smoglio". Le due
lavandaje lo giudicano smoglio "con delle furfanterie" e con qualche
"alterazione"; il medico dice che in alcun modo "non è
smoglio", e lo asserisce perché a proporzione del sedimento vi è poca
acqua, quasi che dopo quindici giorni che stava a cielo scoperto nel mese di
giugno non potesse l'acqua essere svaporata per la maggior parte! Fa ribrezzo
il vedere con quanta ignoranza e furore si procedesse e dagli esaminatori e
dagli esaminati, e quanto offuscato fosse ogni barlume di umanità e di ragione
in quelle feroci circostanze. Due altri, cioè il fisico Giambattista Vertua e
Vittore Bescapé decisero presso poco come il fisico Carcano, e conclusero di
non saper conoscere che composto fosse quello della caldaja.
Su questo giudizio e sulla
deposizione del commissario Piazza, che anche al confronto col barbiere Mora
sostenne l'accusa datagli, esclamando sempre il Mora e dicendo: "Ah Dio
misericordia! non si troverà mai questo", andò progredendo il processo.
Terminato il confronto si pose al
secondo esame il Mora. Il Piazza aveva detto di essere stato a casa del Mora,
aveva citati Baldassare Litta e Stefano Buzzi come testimonj del fatto.
Esaminato il Litta il giorno 29 giugno, "se mai ha visto il Piazza in casa
o bottega del Mora", rispose: "Signor no". Esaminato il Buzzi
nel giorno istesso, "se sa che tra il Piazza e il barbiere passi alcuna
amicizia", rispose: "Può essere che siano amici e che si salutassero,
ma questo non lo saprei mai dire a V. S.". Interrogato, "se sa che il
detto Piazza sia mai stato in casa o bottega del detto barbiere", rispose:
"Non lo saprei mai dire a V. S.". Tali funno le deposizioni de' due
testimonj, che il Piazza citò per provare di essere stato a casa del barbiere.
Il barbiere negava che fosse mai stato il Piazza a casa di lui. Su questa
negativa il barbiere fu posto a crudelissima tortura col canape. Ciò si eseguì
il giorno 30 di giugno. Il povero padre di famiglia Gian-Giacomo Mora, uomo
corpulento e pingue, a quanto viene descritto nel processo, prima di prestare
il giuramento si pose ginocchioni avanti il Crocifisso ed orò, indi baciata la
terra si alzò e giurò. Quando cominciarono i tormenti esclamò: "Gesù Maria
sia sempre in mia compagnia, son morto". Il tormento cresceva, ed egli
esclamava, protestava la sua innocenza e diceva: "Vedete quello che volete
che dica che lo dirò". Fa troppo senso all'umanità il seguitare questa
scena, che non pare rappresentata da uomini, ma da que' spiriti malefici che
c'insegnano essere occupati nel tormentare gli uomini. Per sottrarsi l'infelice
Mora promise che avrebbe detta la verità se cessavano i tormenti; si sospesero.
Calato al suolo disse: "La verità è che il commissario non ha pratica
alcuna meco". Il giudice gli rispose che "questa non è la verità che
ha promesso di dire, perciò si risolva a dirla, altrimenti si ritornerà a far
levare e stringere". Replicò lo sgraziato Mora: "Faccia V. S. quello
che vuole". Si rinnovarono gli strazj, e il Mora urlava "Vergine
santissima sia quella che m'ajuta". Sempre se gli cercava la verità dal
giudice, egli ripeteva: "Veda quello che vuole che dica, lo dirò".
L’eccesso dello spasimo attuale era quello che l'occupava, e finalmente disse
il Mora: "Gli ho dato un vasetto pieno di brutto, cioè di sterco, acciò
imbrattasse le muraglie, al commissario". Con tal espediente fu cessato il
tormento, quindi per non essere nuovamente ridotto alle angoscie viene a dire:
"Era sterco umano, smojazzo, perché me lo dimandò lui, cioè il commissario
per imbrattar le case, e di quella materia che esce dalla bocca dei
morti". Vedesi la produzione forzata dalla mente di un miserabile oppresso
dallo spasimo. Lo sterco e il ranno non bastavano a dar la morte: egli inventa
la saliva degli appestati; poi proseguendo le interrogazioni e le risposte,
dice il Mora che ebbe dal commissario Piazza per il peso di una libbra di
quella materia della bocca degli appestati e la versò nella caldaja, e che
gliela diede per fare quella composizione onde si ammalassero molte pelsone, e
avrebbe lavorato il commissario, e col suo elettuario avrebbe guadagnato molto
il barbiere. Conclude col dire che questo concerto fu fatto, "trattandosi
così tra noi ne discorressimo".
Il Piazza che aveva levata
l'impunità non diceva niente di tutto ciò. Anzi diceva di essere stato invitato
dal Mora. Come mai raccogliere clandestinamente tanta bava per una libbra? Come
raccoglierla senza contrarre la peste? Come riporla nella caldaja, onde la
moglie, i teneri incauti figli si appestassero? Come conservarla dopo le
solenni procedure, e lasciarsi un simil corpo di delitto? Come sperar guadagno
vendendo l'elettuario: mancavano forse ammalati in quel tempo? Non si può
concepire un romanzo più tristo e più assurdo. Pure tutto si credeva, purché
fosse atroce e conforme alle funeste passioni de que' tempi infelici. Il giorno
vegnente, cioè il primo di luglio fu chiamato il Mora all'esame per intendere
"se ha cosa alcuna da aggiungere all'esame e confessione sua che fece
jeri. dopo che fu omesso da tormentare", ed ei rispose: "Signor no, che
non ho cosa da aggiungervi, ed ho più presto cosa da sminuire". Che cosa
poi avesse da sminuire lo rispose all'interrogazione: "Quell'unguento che
ho detto non ne ho fatto mica, e quello che ho detto, l'ho detto per i
tormenti" A tale proposizione fugli minacciato, che se si ritrattava dalla
verità detta il giorno avanti. "per averla si verrà contro di lui a
tormenti": a ciò rispose il Mora: "Replico che quello che dissi jeri
non è vero niente, e lo dissi per i tormenti". Postea dixit:
"V. S. mi lasci un poco dire un' Ave Maria, e poi farò quello che il
Signore mi inspirerà": postea genibus flexis se posuit ante imaginem
Crucifixi depictam, et oravit per spatium unius miserere deinde surrexit, mox
rediit ad examen. Et iterato juramento, interrogatus [indi si pose in
ginocchio dinanzi all'immagine de Crocefisso e disse un miserere: si alzò e
ritornò all'esame. Ripetuto il giuramento, alla domanda]: "che si risolva
ormai a dire se l'esame che fece jeri, e il contenuto di esso è vero", respondit
"In coscienza mia, non è vero niente". Tunc jussum fuit duci al
locum tormentorum [Allora si comandò che fosse condotto al luogo del
supplizio], con quel che segue, ed ivi poi legato, mentre si ricominciava la
crudele carnificina, esclamò che lo lasciassero, che non gli dessero più
"tormenti, che la verità che ho deposto la voglio mantenere"; allora
lo slegarono e il ricondussero alla stanza dell'esame, dove nuovamente
interpellato, "se è vero come sopra ha detto, che l'esame che fece jeri
sia la verità nel modo che in esso si contiene", rispose: "Non è vero
niente". Tunc jussum fuit iterum duci ad locum tormentorum etc.: e
così con questa alternativa dovette alfine soccombere, e preferire ogni altra
cosa alla disperata istanza de’ tormenti. Ratificò il passato esame e si trovò
nel caso nuovamente di proseguire il funesto romanzo. Ecco quanto inverosimile
sia il racconto. Dice egli adunque che quel Piazza che appena egli conosceva di
figura, e col quale anche dal processo risulta che non aveva famigliarità, quel
Piazza adunque "la prima volta che trattassimo insieme mi diede il vaso di
quella materia, e mi disse così: accomodatemi un vaso con questa materia, con
la quale ungendo i catenacci e le muraglie si ammalerà della gente assai, e
tutti due guadagneremo". Che verosimiglianza! Se aveva la materia il
Piazza in un vaso, perché consegnarla al barbiere acciocché "gli
accomodasse un vaso?". Mancavano forse ammalati in quel tempo, mentre
morivano 800 cittadini al giorno? Che bisogno di far ammalare la gente? Perché
non ungere immediatamente? Non vi è il senso comune. Come poi componeva il
barbiere questo mortale unguento? Eccolo. "Si pigliava", prosegue
l'infelice Mora, "di tre cose, tanto per una; cioè un terzo della materia
che mi dava il commissario, dello sterco umano un altro terzo, e del fondo
dello smoglio un altro terzo; e mischiavo ogni cosa ben bene, né vi entrava
altro ingrediente, né bollitura". Lo sterco e l'acqua del bucato non
potevano che indebolire l'attività della bava degli appestati.
Tessuto così questo secondo
romanzo contradittorio del primo, si richiama all'esame il Piazza, che aveva
l'impunità a condizione che avrebbe detta la verità intiera, e interrogato se
sapesse di qual materia fosse composto o in qual modo fabbricato l'unguento
datogli dal barbiere, rispose di non saperlo. Replicò il giudice, se almeno
sapesse che alcuno avesse data al barbiere materia per fabbricare
quell'unguento, e rispose il Piazza: "Signor no, che non lo so". Se
il Piazza avesse data la bava degli appestati, poiché aveva l'impunità dicendo
esattamente il tutto e doveva aspettarsi il supplizio non dicendolo
esattamente, come mai avrebbe mutilata la circostanza principale nel tempo in
cui il complice supposto, cioè il barbiere Mora, co' tormenti l'avrebbe
scoperta? Se dunque non si verifica che il Piazza abbia somministrato la bava,
si vede inventata la forzata istoria del Mora. Questo ragionamento poteva pur
farlo il giudice; ma sgraziatamente la ragione non ebbe parte veruna in tutta
quella sciagura. Il giudice allora disse al Piazza, che dal processo risultava
che egli avesse somministrato la bava de' morti al barbiere, e su di ciò
nuovamente il giudice l'interrogò così: "Che dica per qual causa nel suo
esame e confessione, qual fece per godere l'impunità, non depose questa particolarità,
sostanza del delitto, siccome era tenuto di fare?". E a ciò rispose il
Piazza: "Della sporchizia cavata dalla bocca dei morti appestati io non
l'ho avuta, né portata al barbiere, e del resto che ho confessato, adesso che
sono stato interrogato, non me ne sono ricordato, e per questo non l'ho
detto". Allora gli venne intimato, che per non aver egli mantenuta la fede
di palesare la verità, e per aver "diminuita la sua confessione" non
poteva più godere della impunità, a norma ancora della protesta fattagliene da
principio. A questa minaccia il Piazza si rivolse subito ad accordare di aver
somministrato la bava e di averne data al barbiere, non già una libbra, come
disse il povero Gian-Giacomo Mora, ma "così un piattellino in un piatto di
terra". Obbligato poi dall'interrogazione a dire come seguisse tutto ciò,
eccone la risposta, di cui l'assurdità abbastanza da sé sola si manifesta. Così
dunque rispose lo sgraziato Piazza: "Io mi mossi instato e ricercato dal
detto barbiere, il quale mi ricercò a così fare con promessa di darmi una
quantità di danari, sebbene non la specificò, dicendomi che aveva una persona
grande che gli aveva promesso una gran quantità di danaro per far tal cosa, e
sebbene fosse ricercato da me a dirmi chi era questa persona grande, non me lo
volle dire, ma solamente mi disse di attendere a lavorare ed untare le muraglie
e porte, che mi avrebbe dato una quantità di danari". Conviene ricordarsi
che il barbiere era un povero uomo, e basta vedere lo spazio che occupava la
sua povera casetta. Egli poi era un padre di famiglia con moglie e figli, e non
un ozioso e vagabondo, del quale si potesse far scelta per un simile orrore.
Sin qui a forza di tormenti e di minacce si è trovato modo di far coincidere i
due romanzi, e costringere il contraddicente a confermare la favola di chi
aveva parlato prima. Vengono ora in campo da questa risposta due cose affatto
nuove. Una si è che il barbiere promettesse "una quantità di danari";
l'altra si è che in questo affare vi entrasse "una persona grande":
né l'una né l'altra era stata detta dal Mora. Si pose dunque nuovamente
all'esame il Mora. Interrogato se egli avesse promesso una quantità di danari
al Piazza, rispose il Mora nel quinto esame del giorno 2 luglio 1630:
"Signor no; e dove vuole V. S. che piglimi questa quantità di
danari?". Allora gli venne detto dal giudice quanto risultava in processo
e sui danari e sulla persona grande, e si redarguì perché dicesse la verità.
Rispose il Mora queste parole: "V. S. non vuol già se non la verità, e la
verità io l'ho già detta quando sono stato tormentato, e ho detto anche
d'avvantaggio"; dal quale fine si vede come l'infelice avrebbe pure
ritrattata tutta la funesta favola pronunziata, se non avesse temuto nuovi
tormenti: "e ho detto anche d'avvantaggio"! Questo "anche"
più chiaramente lo disse allorché ai due di luglio furongli dati i reati, e
stabilito il breve termine di due soli giorni per fare le sue difese; sul qual
proposito si legge in processo che il protettore de' carcerati disse al notajo
così: "Per obbedienza sono stato dal signor presidente, e gli ho parlato;
sono anco stato dal Mora, il quale mi ha detto liberamente che non ha fallato,
e che quello l'ha detto per i tormenti; e perché io gli ho detto liberamente,
che non voleva, né poteva sostenere questo carico di difenderlo, mi ha detto
che almeno il sig. presidente sia servito di provvederlo di un difensore, e che
non voglia permettere che abbia da morire indifeso": da che si vedono più
cose, cioè che il Mora teneva per certo di dover morire, e tutta la ferocia del
fanatismo che lo circondava doveva averlo bastantemente persuaso; che, sebbene
tenesse per certa la morte, liberamente diceva di avere mentito per i tormenti;
e che finalmente il furore era giunto al segno, che si credeva un'azione cattiva
e disonorante il difendere questa disgraziata vittima, posto che il protettore
diceva di non volere, né potere assumersene l'incarico. Il termine poi per le
difese venne prorogato.
V. Delle opinioni e metodi della procedura criminale in
quella occasione
Acciocché poi si possa concepire
un'idea precisa e originale del modo di pensare in quel tempo, credo opportuno
di trascrivere un esame, che sta nel corpo di quest'orribile processo;
veramente serve egli di episodio alla tragedia del Piazza e del Mora; ma
siccome originalmente vi si vedono la feroce pazzia, la Superstizione, il
delirio, io lo riferirò esattamente, ponendo in margine distintamente le
osservazioni che mi si presentano. Ecco l'esame:
Die suprascripto, octavo Julii.
Vocatus ego notarius
Gallaratus, dum discedere vellem a loco suprascripto appellato la
Cassinazza, juvenis quidam mihi formalia dixit [Il giorno suindicato, 8
luglio: Mentre io, notaio Ga1larati, stavo allontanandomi dal luogo
soprascritto, chiamato la Cassinazza, un giovane mi rivolse queste testuali
parole] "Io voglio che V. S. mi accetti nella sua squadra, ed io dirò
quello che so".
Tunc ei delato juramento etc.
[Allora, fattogli prestare giuramento].
Interrogatus de ejus nomine,
cognomine, patria [Interrogato del suo nome, cognome, luogo di nascita]
Respondit: "lo mi
chiamo Giacinto Maganza, e sono figliuolo di un frate, che si chiama frate
Rocco, che di presente si trova in S. Giovanni la Conca, e sono Milanese, e
molto conosciuto in porta Ticinese".
Int.: "Che cosa è quello
che vuol dire di quello che sa".
Resp. titubando: "Io
dirò la verità, è un cameriere, che dà quattro dobble al giorno". - Deinde
obmutuit stringendo dentes [Indi tacque, stringendo i denti].
Et institus denuo
[Sollecitato nuovamente] a dir l'animo suo, e finire quanto ha cominciato a
dire.
Resp. "È il Baruello
padrone dell'osteria di S. Paolo in compito"., mox dixit [subito
rispose], "è anche parente dell'oste del Gambaro".
Int.: "Che dica come
si chiama detto Baruello".
Resp.: "Si chiama
Gian-Stefano".
Int.: "Che dica cosa
ha fatto detto Baruello".
Resp.: "Ha confessato
già, che si è trovato delle biscie e de' veleni nella sua canepa".
Int.: "Dica come sa
lui esaminato queste cose".
Resp.: "Il suo
cognato mi ha cercato a voler andar a cercare delle biscie con lui".
Int.: "Che dica
precisamente che cosa gli disse detto cognato, e dove fu".
Resp.: "Me lo ha
detto con occasione che in porta Ticinese mi addimandano "il Romano",
così per sopra nome, e mi disse andiamo fuori di porta Ticinese, lì dietro alla
Rosa d'oro ad un giardino che ha fatto fare lui, a cercare delle biscie, dei
zatti e dei ghezzi ed altri animali, quali li fanno poi mangiare una creatura
morta, e come detti animali hanno mangiato quella creatura, hanno le olle sotto
terra e fanno gli unguenti e li danno poi a quelli che ungono le porte; perché
quell'unguento tira più che non fa la calamita".
Int.: "Dica se lui
esaminato ha visto tal unto".
Resp.: "Signor si,
che l'ho visto".
Int.: "Dica dove ed a
chi ha visto l'unto".
Tunc obmutuit, labia et dentes
stringendo [Allora tacque, stringendo le labbra e i denti], et institus
[e sollecitato] a rispondere allegramente alla interrogazione fattagli:
Resp.: "Io l'ho visto
nella osteria della Rosa d'oro".
Int.: "Dica chi aveva
tal unto, e in che vaso era".
Resp.: "L'aveva il
Baruello".
Int.: "Dica quando fu
che aveva tal unto il Baruello".
Resp.: "Saranno
quindici giorni, ed era un mercoledì, se non fallo, e l'aveva il detto Baruello
in un'olla grande, e l'aveva sotterrato in mezzo dell'orto nella detta osteria
della Rosa d'oro con sopra dell'erba".
Int.: "Dica se lui
esaminato ha mai dispensato di quest'unto". |
Resp.: "Se io ne ho
dispensato due scattolini mi possa essere tagliato il collo".
Int.: "Dica dove ha
dispensato tal unto".
Resp.: "lo l'ho dispensato
sopra il Monzasco".
Int.: "Dica in che
luogo preciso del Monzasco ha dispensato tal unto".
Resp.: "lo l'ho
dispensato sopra le sbarre delle chiese, perché questi villani subito che hanno
sentito messa si buttano giù e si appoggiano alle sbarre, e per questo le
ungeva".
Int.: "Dica
precisamente dove sono le sbarre da lui esaminato unte, come ha detto".
Resp.: "lo ho unto in
Barlassina, a Meda ed a Birago, né mi ricordo esser stato in altro luogo".
Int.: "Dica chi ha
dato a lui esaminato l'unto".
Resp.: "Me l'ha dato
il detto Baruello, e Gerolamo Foresaro in un palpero [papiro, cioè carta] sopra
la ripa del fosso di porta Ticinese vicino la casa del detto Foresaro, qual sta
vicino al ponte de' Fabbri".
Int.: "Dica che cosa
detti Foresè e Baruello dissero a lui esaminato quando gli diedero tal
unto".
Resp.: "Quando mi
diedero tal unto fu quando io fui se non venuto dal Piemonte, e mi trovarono
dietro il fosso di porta Ticinese; il Baruello mi disse: o Romano, che fai?
Andiamo a bevere il vin bianco, mi rallegro che ti vedo con buona ciera: e così
andai all'osteria (mox dixit [subito si corresse]), all'offelleria delle
Sei-dita in porta Ticinese, e pagò il vin bianco e un non so che biscottini, e
poi mi disse, vien qua Romano, io voglio che facciamo una burla a uno, e perciò
piglia quest'unto, quale mi diede in un palpero, e va all'osteria del Gambaro,
e va là di sopra dove è una camerata di gentiluomini; e se dicessero cosa tu
vuoi, di' niente, ma che sei andato là per servirli, e poi che gli ungessi con quell'unto
e cosi io andai, e gli unsi nella detta osteria del Gambaro, qual erano là, io
era dissopra della lobbia a mano sinistra; e m'introdussi 1à a dargli da bevere
mostrando di frizzare un poco, cioè per mangiare qualche boccone; e così gli
unsi le spalle con quell'unguento, e con mettergli il ferrajuolo gli unsi anco
il collaro e il collo con le mani mie, dove credo sono poi morti di tal
unto".
Int.: "Dica se sa
precisamente che alcuno di quelli che furono unti da lui esaminato, come sopra,
siano poi morti, o no".
Resp.: "Credo che
saranno morti senz'altro, perché morono solamente a toccargli i panni con detto
unto: non so poi a toccargli le carni come ho fatto io".
Int.: "Dica come ha
fatto lui esaminato a non morire, toccando questo unto tanto potente, come
dice".
Resp.: "El sta alle
volte alla buona complessione delle persone".
Quo facto cum hora esset tarda
fuit dimissum examen [Ciò fatto, essendo tardi, fu sospeso
l'inteuogatorio].
Da questo esame solo ne ricaverà
chi legge l'idea precisa della maniera di pensare e procedere in quei
disgraziatissirni tempi. Ho creduto bene di riferire fedelmente un esame,
acciocché si vedano le cose nella sorgente, e non resti dubbio che mai l'amore
del paradosso, il piacere di spargere nuova dottrina, o la vanità di atterrare
una opinione comune, mi facciano aggravare le cose oltre l'esatto limite della
verità. Il metodo, col quale si procedette allora, fu questo. Si suppose di
certo che l'uomo in carcere fosse reo. Si torturò sintanto che fu forzato a
dire di essere reo. Si forzò a comporre un romanzo e nominare altri rei; questi
si catturarono, e sulla deposizione del primo si posero alla tortura.
Sostenevano l'innocenza loro; ma si leggeva ad essi quanto risultava dal
precedente esame dell'accusatore, e si persisteva a tormentarli sinché
convenissero d'accordo.
Altra prova di pazzia di que'
tempi è l'esame lunghissimo fatto il 12 settembre a Gian-Stefano Baruello, il
quale ebbe la sentenza di morte dal Senato il giorno 27 agosto (morte, che dopo
le tenaglie, il taglio della mano, la rottura delle ossa e l'esposizione vivo
sulla ruota per sei ore, terminava coll'essere finalmente scannato), e fu
sospesa proponendogli l'impunità se avesse palesato complici e esposto il fatto
preciso. Questi dunque tessé una storia lunghissima e sommamente inverosimile,
per cui il figlio del castellano di Milano compariva autore di quest'atrocità,
affine di vendicarsi di un insulto stato fatto in porta Ticinese, e si voleva
che il signor D. Giovanni Padilla figlio del castellano avesse lega col Foresè,
Mora, Piazza, Carlo Scrimitore, Michele Tamburino, Giambattista Bonetti,
Trentino, Fontana ecc. e varj simili uomini della feccia del popolo. Redarguito
poi, come avendo egli il mandato per la uccisione di porta Ticinese, ne facesse
spargere in altre porte, e convinto d'inverosimiglianza somma nel suo racconto,
ecco cosa si vede che rispondesse esso Gian-Stefano Baruello nel suo esame 12
settembre 1630.
Et cum haec dixisset, et ei
replicaretur haec non esse verisimilio, et propterea hortaretur ad dicendam
veritatem [Avendo ciò detto ed essendogli stato replicato che le cose da
lui dette non erano verosimili, fu esortato a dire la verità]
Resp.: "Uh! uh! uh! Se non la posso dire", extendens collum
et toto corpore contremiscens, et dicens [tendendo il collo e scuotendo
tutto il corpo]: "V. S. m'ajuti, V. S. m'ajuti".
Ei dicto [Essendogli stato
detto]: "Che se io sapessi quello vuol dire potrei anco ajutarlo, che però
accenni, che se s'intenderà in che cosa voglia essere ajutato, si ajuterà potendo".
Tunc denuo incepit se
torquere, labia aperire, dentes perstringendo, tandem dixit [Allora
nuovamente cominciò a torcersi, ad aprire le labbra, a stringere i denti e
finalmente disse]: "V. S. mi ajuti; signore, ah Dio mio! ah Dio
mio!".
Tunc ei dicto: "Avete
forse qualche patto col Diavolo? Non vi dubitate e rinunziate ai patti, e
consegnate l'anima vostra a Dio che vi ajuterà".
Tunc genuflexus dixit
[Allora inginocchiatosi disse]: "Dite come devo dire, signore".
Et ei dicto: "Che
debba dire: io rinunzio ad ogni patto che io abbia fatto col Diavolo, e
consegno l'anima mia nelle mani di Dio e della B. Vergine, col pregarli a
volermi liberare dallo stato nel quale mi trovo, ed accettarmi per sua
creatura".
Quae cum dixisset, et devote
et satis ex corde, ut videri potuit, surrexit, et cum loqui vellet, denuo
prorupit in notas confusas porrigendo collum, dentibus stringendo volens loqui,
nec valens, et tandem dixit [Dette queste cose, devotamente e abbastanza
sinceramente, come si poté vedere, si alzò e, volendo parlare, emise dei suoni
confusi, sporgendo il collo, stringendo i denti, volendo parlare e non
riuscendovi, tuttavia disse]: "Quel prete Francese".
Et cum haec dixisset statim se
projecit in terram, et curavit se abscondere in angulo secus bancum, dicens
[E, pronunziate queste parole, si gettò immediatamente a terra, tentando di
nascondersi in un angolo sotto il banco, e disse]: "Ah Dio mi! ah Dio mi!
ajutatemi, non mi abbandonate".
Et ei dicto: "Di che
temeva?".
Resp.: "È 1à, è là
quel prete Francese con la spada in mano, che mi minaccia, vedetelo là,
vedetelo là sopra quella finestra".
Et ei dicto: "Che
facesse buon animo, che non vi era alcuno, e che si segnasse e si raccomandasse
a Dio, e che di nuovo rinunziasse ai patti che aveva col Diavolo, e si donasse
a Dio ed alla Beata Vergine".
Cum haec verba dixissem, dixit
iterum [Avendo io detto queste parole, esclamò nuovamente]: "A
signore, ei viene, ei viene colla spada nuda in mano": quae omnia
quinquies replicavit, et actus fecit quos facere solent obsessi a Daemone, et
spumam ex ore sanguinemque e naribus emittebat, semper fremendo et clamando
[e ripeté queste parole cinque volte, e fece quegli atti che sono soliti fare
gli ossessi dal demonio, emettendo bava dalla bocca e sangue dal naso, sempre tremando
ed esclamando]: "Non mi abbandonate, ajuto, ajuto, non mi
abbandonate".
Tunc jussum fuit afferri aquam
benedictam, et vocari aliquem sacerdotem, quae cum allata fuisset, ea fuit
aspersus: cum postea supervenisset sacerdos, eique dicta fuissent omnia
suprascripta, sacerdos, benedicto loco et in specie dicta fenestra ubi dicebat
dictus Baruellus extare illum praesbiterum cum ense nudo prae rnanibus et
minantem, variis exorcismis tamen usus fuit, et auctoritate sibi uti sacerdoti
a Deo tributa, omnia pacta cum Daemone innita, irrita et nulla declarasset,
immo ea irritasseti et annullasset, interim vero dictus Baruellus stridens
dixit [Allora venne ordinato di portare dell'acqua benedetta e di chiamare
qualche sacerdote; come arrivò l'acqua, ne fu asperso. Sopraggiunse un
sacerdote al quale vennero riferite le cose suddette e il sacerdote, dopo aver
benedetto il luogo e in special modo la finestra dove il Baruello diceva essere
il prete con la spada in mano e minaccioso, fece vari esorcismi e, con l’autorità
concessagli da Dio quale sacerdote, dichiarò annullato ogni patto col Diavolo,
anzi lo annullò e lo rese vano; frattanto il detto Baruello urlando disse]:
"Scongiurate quello Gola Gibla", contorquendo corpus more
obsessorum, et tandem finitis exorcismis sacerdos recessit [contorcendo il
corpo al modo degli ossessi e infine, terminati gli esorcismi, il sacerdote se
ne andò].
Excitatus pluries ad dicendum,
tamen in haec verba prorupit [Più volte invitato a parlare, disse infine
con foga]: "Signore, quel prete era un Francese, il quale mi prese per una
mano, e levando una bacchettina nera, lunga circa un palmo che teneva sotto la
veste, con essa fece un circolo, e poi mise mano a un libro lungo in foglio,
come di carta piccola da scrivere, ma era grossa tre dita, e l'aperse, ed io
vidi sopra i fogli dei circoli e lettere attorno, e mi disse che era la
Clavicola di Salomone, e disse che dovessi dire, come disse queste parole:
"Gola Gibla"; e poi disse altre parole ebraiche, aggiungendo che non
dovessi uscir fuori del cerchio perché mi sarebbe succeduto male, e in quel
punto comparve nello stesso circolo uno vestito da Pantalone, allora detto
prete, ecc.". Cade la penna dalle mani, e non si può continuare a
trascrivere un tessuto simile di pazzie troppo serie e funeste in que' tempi.
Il risultato di un lunghissimo cicalìo di questo disgraziato, che sperava la
vita e l'impunità con un romanzo di accuse, fu di far credere autore il
cavaliere D. Giovanni di Padilla delle unzioni venefiche, sparse coll'opera di
certi Fontana, Mora, Piazza, Vaccarìa, Licchiò, Saracco, Fusaro, un barbirolo
di porta Comasina, certo Pedrino daziaro, Magno Bonetti, Baruello, Girolamo
Foresaro, Trentino, Vedano e simili infelici della più bassa plebe.
Quanto poi alle vociferazioni
pubbliche, alcune attribuivano queste unzioni ai Tedeschi, altre ai Francesi
che tentavano di distruggere l'Italia, altre agli Eretici e particolarmente
Ginevrini, altre al duca di Savoja, altre, non si sa poi ben come, ad alcuni
gentiluomini Milanesi, fatti prigionieri dal papa e rnandati in Milano; altre
finalmente al conte Carlo Rasini, a D. Carlo Bossi, più che ad ogni altro si
attribuirono al cavaliere di Padilla. Si diceva che per ogni quartiere della
città vi fossero due barbieri destinati a fabbricare gli unti, e che più di
cento cinquanta persone fossero adoperate a spargere l'unzione. Che varj
banchieri pagassero largamente questi emissarj, e fra questi Giambattista
Sanguinetti, Gerolamo Turcone e Benedetto Lucino, e che questi sborsassero
qualunque somma, senza ritirarne quitanza, a qualunque uomo si presentasse loro
in nome del cavaliere Padilla. Sopra simili assurdità, sebbene esaminati
minutamente i libri de' negozianti suddetti non si trovasse veruna annotazione
nemmeno equivoca, si passò a crudeli torture contro di essi. Il cavaliere
Padilla si trovò che nel tempo, in cui si diceva che in Milano avesse formato e
diretto questo attentato, egli era a Mortara e altre terre del Piemonte, ove
combatteva alla testa della sua compagnia in difesa di questo stato. Merita di
essere trascritta la risposta ch'ei fece in processo quando fu costituito reo
di queste unzioni. Così egli dice: "Io mi maraviglio molto che il senato
sia venuto a risoluzione così grande, vedendosi e trovandosi che questa è una
mera impostura e falsità fatta non solo a me, ma alla giustizia istessa".
Ed aveva ben ragione di dirlo, perché dalla narrativa istessa del reato
appariva la grossolana impostura. "Come", proseguì esso cavaliere,
"un uomo di mia qualità, che ho speso la vita in servizio di S. M., in
difesa di questo stato, nato da uomini che hanno fatto lo stesso, avevo io da
fare, né pensare cosa che a loro e a me portasse tanta nota di infamia? E torno
a dire che questo è falso, ed è la più grande impostura che ad uomo sia mai
stata fatta." Questa risposta, detta nel calore di un sentimento, è forse
il solo tratto nobile che si legga in tutto l'infelice volume che ho esaminato.
Il delitto non parla certamente un tal linguaggio, e il cavalier Padilla era
sicuramente assai al dissopra del livello de' suoi giudici e del suo tempo.
La serie del delitto contestato
al cavaliere di Padilla Si ricava dalla narrazione medesima del reato, e vi si
scorge il sugo de’ romanzi forzatamente creati colla tortura: io ne compilerò
l'estratto semplicemente, giacché troppo riuscirebbe di tedio l'intiera
narrazione, e porrò in margine le osservazioni opportune. Risultò adunque la
diceria seguente:
Circa al principio del mese di
maggio il cavaliere di Padilla vicino alla chiesa di S. Lorenzo parlò al
barbiere Giacomo Mora, ordinandogli che facesse un unto da applicare ai muri e
porte onde risultasse la morte delle persone, assicurandolo che danari non ne
sarebbero mancati, e non temesse, perché "avrebbe trovato molti
compagni". Indi altra volta, pochi giorni dopo, gli diede delle dobble
perché ungesse, e vi era presente un gentiluomo, Crivelli; e il trattato fu
fatto da certo D. Pietro di Saragozza; indi il barbiere allora fu avvisato che
i banchieri Giulio Sanguinetti e Gerolamo Turcone avevano ordine di somministrare
tutto il danaro occorrente a chiunque andava da essi in nome di D. Giovanni di
Padilla. Carlo Vedano poi maestro di scherma fu il mezzano per indurre
Gian-Stefano Baruello a fare di queste unzioni, e condusse il Baruello sulla
piazza del castello, ove ritrovavansi Pietro Francesco Fontana, Michele
Tamburino, un prete e due altri vestiti alla francese, ove dal cavaliere
furongli dati dei danari, perché il Baruello ungesse e facesse parimenti ungere
le forbici delle donne da Gerolamo Foresaro, e gli consegnò un vaso di vetro
quadrato dicendogli: "Questo è un vaso d'unguento di quello che si
fabbrica in Milano, ed ho a centinaia de' gentiluomini che mi fanno questi
servizj, e questo vaso non è perfetto"; quindi gli ordinò di prendere de'
rospi, delle lucertole ecc., e farle bollire nel vino bianco e mischiare tutto
insieme. Poi temendo il Baruello di proprio danno col toccarlo, gli fece vedere
il cavaliere a toccarlo senza timore. Poi viene il circolo fatto dal prete e il
Pantalone, del quale ho già data notizia. Indi si vuole che il cavaliere
dicesse al Baruello di non dubitare, che se la cosa andava a dovere, esso
cavaliere sarebbe stato "padrone dl Milano, e voi vi voglio fare dei
primi"; soggiungendo di nuovo "che se per sorte fosse pervenuto nelle
mani della giustizia, non avrebbe in alcun tempo confessato cosa alcuna".
Tale è la serie del fatto deposto contro il figlio del castellano, la quale
sebbene smentita da tutte le altre persone esaminate (trattine i tre
disgraziati Mora, Piazza e Baruello che alla violenza della tortura
sacrificarono ogni verità, servì d base a un vergognosissimo reato.
VI. Della insidiosa cavillazione che si usò nel processo
verso di alcuni infelici
Soffoco violentemente la natura,
e superato il ribrezzo che producono tante atrocità, io trascriverò per intiero
l'esame fatto al povero maestro di scherma Carlo Vedano. La scena è
crudelissima, la mia mano la strascrive a stento; ma se il raccapriccio che io
ne provo gioverà a risparmiare anche una sola vittima, se una sola tortura di
meno si darà in grazia dell'orrore che pongo sotto gli occhi, sarà ben
impiegato il doloroso sentimento che provo, e la speranza di ottenerlo mi
ricompensa. Ecco l'esame.
1630 die 18 septembris etc.
Eductus e carceribus Carolus
Vedanus [18 settembre 1630, ecc. Tradotto dalle carceri Carlo Vedano].
Int.: "Che dica se si
è risolto a dir meglio la verità di quello ha sin qui fatto circa le cose che è
stato interrogato, e che gli sono state mantenute in faccia da Gio Stefano
Baruello".
Resp.: "Illustrissimo
signore, non so niente".
Ei dicto: "Che dica
la causa perché interrogato se aveva mangiato in casa di Gerolamo cuoco, che fa
l'osteria là a S. Sisto di compagnia del Baruello, non contento di dire una
volta di no, rispose: "Signor no, signor no, signor no"".
Resp.: "Perché non è
la verità".
Ei dicto: "Che per
negare una cosa basta dire una volta di no, e che quel replicare signor no,
signor no, signor no, mostra il calore con che lo nega, e che per maggior causa
lo neghi che perché non sia vero".
Resp.: "Perché non vi
sono stato".
Ei dicto: "Che
occasione aveva di scaldarsi cosi?".
Resp.: "Perché non vi
sono stato, illustrissimo signore".
Ei denuo dicto:
"Perché interrogato, se aveva mai mangiato col detto Baruello all'osteria
sopra la piazza del castello, rispose: "Signor no, mai, mai,
mai""
Risp. "Ma, signore,
vi ho mangiato una volta, ma non solo, ma in compagnia di Francesco barbiere
figliuolo d'Alfonso, e quando ho risposto: "Signor no, mai, mai, mai' mi
sono inteso d'avervi mangiato col Baruello solamente".
Ei dicto: "Prima, che
esso non era interrogato se avesse mangiato là col Baruello solo o in compagnia
d'altri, ma semplicemente se aveva mangiato con lui alle dette osterie, e però
se gli dice che in questo si mostra bugiardo, poiché allora ha negato e adesso
confessa; di più se gli dice che si ricerca di saper da lui, perché causa con
tanta esagerazione negò di avervi mangiato; né gli bastò di dire di no, che
anco vi aggiunse quelle parole "mai, mai, mai"".
Resp.: "Ma, signore,
perché io non vi ho mai mangiato, altro che quella volta, ed intesi
l'interrogazione di V. S. se aveva mangiato con lui solo; e quanto al secondo,
dico che mi sfogava così perché non vi ho mai mangiato".
Ei denuo dicto:
"Perché, interrogato se mai ha trattato col Baruello di far servizio al
signor D. Giovanni, rispose di no, ed essendogli replicato che ciò gli sarebbe
stato mantenuto in faccia, aveva risposto che questo non si sarebbe trovato
mai, ed essendogli di nuovo replicato che di già si era trovato, rispose con parole
interrotte: "Sarà, uh! uh! uh!"".
Resp.: "Perché non ho
mai parlato con lui"
Int.: "Chi è questo
lui?".
Resp.: "È il
figliuolo del signor castellano".
Ei dicto: "Perché
questa mattina, interrogato se si è risoluto a dire la verità meglio di quel
che fece jeri sera, ha prorotto in queste parole: "Perché io ne sono
innocente di quella cosa che mi imputano", le quali parole, oltreché sono
fuori di proposito, non essendo mai stato interrogato sopra imputazione che gli
sia stata data, mostrano ancora che esso sappia d'essere imputato di qualche
cosa; e pure interrogato che imputazione sia questa, ha detto di non saperlo:
onde se gli dice, che oltreché si vuol sapere da lui perché ha detto quella
risposta fuori di proposito, si vuol anche sapere che imputazione è quella, che
gli vien data".
Resp.: "Io ho detto
così perché non ho fallato".
Ei dicto denuo:
"Perché, interrogato se quando passò sopra la piazza del castello col
detto Baruello videro alcuno, ha risposto prima di no, poi ha soggiunto:
"Ma, signore, vi erano della gente, che andavano innanzi e indietro";
e dettogli perché dunque aveva detto "signor no", ha risposto:
"Io m'era inteso se aveva veduto dei nostri compagni": soggiungendo:
"No, signore, siano per la Vergine santissima, che non ho fallato"; le
quali parole ultime, come sono state fuori di proposito, non essendo egli
finora stato interrogato di alcun delitto specificatamente, così mettono in
necessità il giudice di voler sapere perché le ha dette, e però s'interroga ora
perché dica, perché ha detto quelle parole fuori di proposito con tanta
esagerazione".
Resp.: "Perché non ho
fallato".
Ei dicto: "Che sopra
tutte le cose che è stato interrogato adesso si vuole più opportuna risposta,
altrimenti si verrà ai tormenti per averla".
Resp.: "Torno a dire
che non ho fallato, ed ho tanta fede nella Vergine santissima che mi ajuterà,
perché non ho fallato, non ho fallato"
Tunc jussum fuit duci ad locum
Eculei, et ibi torturae sujici, adhibita etiam ligatura canubis ad effectum ut
opportune respondeat interrogationibus sibi factis, ut supra, et non aliter
etc., et semper sine praejudicio confessi et convicti ac aliorum jurium etc.;
prout fuit ductus, et ei reiterato juramento veritatis dicendae, prout juravit
etc. fuit denuo [Allora fu comandato di condurlo al luogo del cavalletto ed
ivi sottoporlo a tortura, usando anche la legatura con la canape affinché
rispondesse in modo opportuno alle interrogazioni fattegli, come sopra e non
altrimenti, ecc. e sempre senza pregiudizio del diritto del reo confesso e convinto
degli altri diritti, ecc.; fu pertanto ivi condotto e, ripetutogli il
giuramento di dire la verità, egli giurò ecc. e fu quindi]:
Int.: "A risolversi a
rispondere a proposito alle interrogazioni già fattegli, come sopra, altrimenti
si farà legare e tormentare".
Resp.: "Perché non ho
fallato, illustrissimo signore".
Tunc semper sine praejudicio;
ut supra, ad effectum tantum, ut supra, et eo prius vestibus Curiae induto
jussum fuit ligari, prout fuit per brachium sinistrum ad funem applicatus, et
cum etiam ei fuisset aptata ligatura canubis ad brachium dexferum fuit denuo
[Allora, sempre senza pregiudizio, come sopra, agli effetti di quanto sopra, e
dopo avergli fatto indossare abiti talari, si comandò che fosse legato, quindi
venne sospeso ad una fune per il braccio sinistro, dopo che anche al braccio
destro fu adattata una legatura di canape. Indi fu nuovamente]:
Int.: "A risolversi
di rispondere a proposito alle interrogazioni dategli, come sopra, che
altrimenti si farà stringere".
Resp.: "Non ho fallato,
sono cristiano, faccia V. S. illustrissima quello che vuole".
Tunc semper sine praejudicio,
ut supra, jussum fuit stringi, et cum stringeretur, fuit denuo [Allora
sempre senza pregiudizio, come sopra, fu ordinato che si stringesse e, quando
fu stretto, fu nuovamente]:
Int.: "Di risolversi
a rispondere a proposito alle interrogazioni dategli".
Resp.: "Ah Vergine
santissima, acclamando [gridando], non so niente".
lterum institus ad dicendam
veritatem, ut supra [Di nuovo sollecitato a dire la verità, come sopra].
Resp. acclamando [rispose
gridando]: "Ah Vergine santissima di S. Celso, non so niente".
Ei dicto: "Che dica
la verità, se no si farà stringere più forte: cioè risponda a proposito".
Resp.: "Ah, signore,
non ho fatto niente".
Tunc jussum fuit fortuis
stringi, et dum stringeretur, fuit pariter [Fu ordinato allora di stringere
più forte, e mentre lo si stringeva, gli fu chiesto ancora]:
Int.: "A risolversi a
dir la verità a proposito".
Resp. acclamando:
"Ah, signore illustrissimo, non so niente:".
Institus ad opportune
respondendum, ut supra [Invitato a rispondere a tono, come sopra].
Resp.: "Son qui a
torto, non ho fallato, misericordia, Vergine santissima".
Inter.: Iterum ad opportune
respondendum, ut supra [Di nuovo invitato a rispondere a tono, come sopra]
"che altrimenti si farà stringere più forte".
Resp. acclamando:
"Non lo so, illustrissimo signore, non lo so, illustrissimo signore"
Tunc jussum fuit fortius
stringi, et dum stringeretur fuit denuo [Fu allora ordinato di stringere
più forte, e mentre lo si stringeva gli fu di nuovo].
Int. ad opportune
respondendum, ut supra [Intimato di rispondere a tono].
Resp. acclamando: "Ah
Vergine santissima, non so niente";
Tunc postergatis manibus et
ligatus, fuit in Eculeo elevatus, deinde [Allora, postegli le mani dietro
il dorso, fu sollevato sul cavalletto].
Int.:"A risolversi a
rispondere opportunamente alle interrogazioni già dategli".
Resp. acclamando:
"Ah, illustrissimo signore, non so niente".
Int. ad opportune
respondendam, ut supra
Resp.: "Non so niente,
non so niente. Che martirj sono questi che si danno ad un cristiano! Non so
niente"
Et iterum institus, ut supra.
Resp.: "Non ho
fallato".
Tunc ad omnem bonum finem
jussum fuit deponi et abradi, prout fuit depositus; et dum abraderetur fuit
iterum [Allora, ad ogni buon fine, fu ordinato che fosse messo a terra e
che gli fosse rasato il capo; fu quindi deposto e, mentre lo si radeva, fu di
nuovo]:
Int. ad opportune
respondendam, ut supra
Resp.: "Non so
niente, non so niente".
Et cum esset abrasus, fuit
denuo in Eculeo elevatus, deinde [E come fu rasato, lo fecero nuovamente
salire sul cavalletto, indi]:
Int.: "A risolversi
ormai a rispondere a proposito".
Resp. acclamando:
"Lasciatemi giù, che dico la verità".
Et dicto: "Che
cominci a dirla, che poi si farà lasciar giù".
Resp. acclamando:
"Lasciatemi giù che la dico".
Qua promissione attenta fuit
in plano depositus, deinde [Ottenuta la promessa, fu deposto a terra indi]:
Int.: "A dir questa
verità che ha promesso di dire".
Resp.: "Illustrissimo
signore, fatemi slegare un pochettino, che dico la verità".
Ei dicto: "Che
cominci a dirla".
Resp.: "Fu il
Baruello che mi venne a trovare in porta Ticinese, e mi domandò che andassi con
lui per certo formento che era stato rubato, e disse che avressimo chiappato un
villano, che aveva lui una cosa da dargli per farlo dormire, ma non vi
andassimo". Postea dixit [indi disse]: "No signore, V S. mi
faccia slegare un poco, che dico che V S. avrà gusto"
Ei dicto: "Che
cominci a dire, che poi si farà slegare".
Resp.: "Ah signore
fatemi slegare che sicuramente vi darò gusto, vi darò gusto".
Qua promissione attenta jussum
fuit dissolvi, et dissolutus, fuit postea:
Int.: "A dire la
verità che ha promesso di dire".
Resp.: "Illustrissimo
signore, non so che dire, non so che dire; non si troverà mai che Carlo Vedano
abbia fatta veruna infamità"
Institus: "A dire la
verità che ha promesso di dire, che altrimenti si farà di nuovo legare e
tormentare, senza remissione alcuna".
Resp.: "Se io non ho
fatto niente...".
Iterum institus, ut supra.
Resp.: "Signor
senatore, vi sono stato a casa di messer Gerolamo a mangiare col Baruello, ma
non mi ricordo della sera precisa".
Et cum ulterius vellet
progredi jussum fuit denuo ligari per brachium sinistrum ad funem, et per
brachium dextrum canubi et cum ita esset ligatus, antequam stringeretur [E,
poiché non voleva dire altro, fu comandato di legarlo per il braccio sinistro
alla fune e per il braccio destro al canape e, così legato, prima che si
stringesse].
Int.: "Ad opportune
respondendum, ut supra".
Resp.: "Fermatevi; V.
S. aspetti, signor senatore, che voglio dire ogni cosa".
Ei dicto: "Che dunque
dica".
Resp.: "Se non so che
dire".
Tunc jussum fuit stringi, et
dum stringeretur acclamavit: "Aspettate che la voglio dire la
verità".
Resp.: "Che cominci a
dirla".
Resp.: "Ah signore!
se sapessi che cosa dire, direi": et acclamavit: "ah, signor
senatore!".
Ei dicto: "Che si
vuole che dica la verità".
Resp.: "Ah, signore,
se sapessi che cosa dire la direi".
Et etiam institus ad dicendam veritatem, ut
supra
Resp. acclamando: "Ah
signore, signore, non so niente".
Et jussum fuit fortius stringi, et dum
stringeretur, fuit denuo:
Institus: "A
risolversi a dire la verità promessa, e di rispondere a proposito".
Resp. acclamando:
"Non so niente, signore, signore, non so niente".
Et cum per satis temporis
spatium stetisset in tormentis, multunque pati videretur, nec aliud ab eo
sperari posset, jussum fuit dissolvi et reconsignari, prout ita factum est
[E, poiché era stato alla tortura per un tempo sufficiente ed era evidente che
soffriva molto e che d'altra parte non vi era altro da sperare da lui, fu
comandato di scioglierlo e di ricondurlo in prigione; ciò che fu fatto]
VII. Come terminasse il processo delle unzioni pestifere
Se volessi porre esattamente
sott'occhio al lettore la scena degli orrori metodicamente praticati in quella
occasione, dovrei trascrivere tutto il processo, dovrei inserire le torture
fatte soffrire ai banchieri, ai loro scritturali ed altre civili persone;
torture crudelissime, date per obbligarli a confessare, che dal loro banco si
dava qualunque somma di danaro a chiunque anche sconosciuto, purché nominasse
D. Giovanni di Padilla; e danaro, che si sborsava senza averne alcuna quitanza
e senza scriversi partita ne' loro libri: e tutte queste assurde proposizioni
emanate dal forzato romanzo, che la insistenza degli spasimi fece concertare
fra i miseri Piazza e Mora. Ma anche troppo è feroce il saggio che di sopra ne
ho dato, e troppo funesti alla mente ed al cuore sono sì tristi oggetti. Dalla
scena orribile che ho descritta si vede l'atroce fanatismo del giudice di
circondurre con sottigliezza un povero uomo che non capiva i raggiri criminali,
e portarlo alle estreme angosce, d'onde l'infelice si sarebbe sottratto con
mille accuse contro se medesimo, se per disgrazia gli si fosse presentato alla
mente il modo per calunniarsi. Colla stessa inumanità si prodigò la tortura a
molti innocenti: in somma tutto fu una scena d'orrore. È noto il crudele genere
di supplizio che soffrirono il barbiere Gian-Giacomo Mora (di cui la casa fu
distrutta per alzarvi la colonna infame), Guglielmo Piazza, Gerolamo
Migliavacca coltellinajo, che si chiamava il Foresè, Francesco Manzone,
Caterina Rozzana e moltissimi altri; questi condotti su di un carro, tenagliati
in piú parti, ebbero, strada facendo, tagliata la mano; poi rotte le ossa delle
braccia e gambe, s'intralciarono vivi sulle ruote e vi si lasciarono
agonizzanti per ben sei ore, al termine delle quali furono perfine dal
carnefice scannati, indi bruciati e le ceneri gettate nel fiume. L'iscrizione
posta al luogo della casa distrutta del Mora, così dice:
HIC . UBI . HAEC . AREA . PATENS . EST
SURGEBAT . OLIM .
TONSTRINA
JO . JACOBI . MORAE
QUI . FACTA . CUM . GULIELMO. PLATEA
PUB . SANIT . COMMISSARIO
ET . CUM . ALIIS . CONJURATIONE
DUM . PESTIS . ATROX . SAEVIRET
LAETIFERIS . UNGUENTIS . HUC . ET . lLLUC . ASPERSIS
PLURES . AD . DIRAM . MORTEM . COMPULIT
HOS . IGITUR . AMBOS . HOSTES . PATRIAE . JUDICATOS
EXCELSO . IN . PLAUSTRO
CANDENTI . PRIUS . VELLIICATOS . FORCIPE
ET . DEXTERA . MULCTATOS . MANU
ROTA . INFRINGI
ROTAQUE . INTEXTOS . POST . HORAS . SEX . JUGULARI
COMBURI . DEINDE
AC . NE . QUID . TAM . SCELESTORUM . HOMINUM
RELIQUI . SIT
PUBLICATIS . BONIS
CINERES . IN . FLUMEN . PROJICI
SENATUS. JUSSIT
CUJUS . REI . MEMORIA . AETERNA . UT . SIT
HANC . DOMUM . SCELERIS . OFFICINAM
SOLO . AEQUARI
AC . NUNQUAM . IMPOSTERUM .
REFICI
ET . ERIGI . COLUMNAM
QUAE . VOCETUR . INFAMIS
PROCUL . HINC . PROCUL . ERGO
BONI CIVES
NE . VOS . INFELIX . INFAME . SOLUM
COMACULET
MDCXXX . KAL . AUGUSTI
[Qui dov'è questa piazza /
sorgeva un tempo la Barbieria / di Gian Giacomo Mora / il quale congiurato con
Guglielmo Piazza / pubblico commissario di sanità e con altri / mentre la peste
infieriva più atroce / sparsi qua e là mortiferi unguenti / molti trasse a
cruda morte / questi due adunque giudicati / nemici della patria / il senato
comandò / che sovra alto carro / martoriati prima con rovente tanaglia / e
tronca la mano destra / si frangessero colla ruota / e alla ruota intrecciati /
dopo sei ore scannati / poscia abbruciati / e perché nulla resti d'uomini così
scellerati / confiscati gli averi / si gettassero le ceneri nel fiume / a
memoria perpetua di tale reato / questa casa officina del delitto / il senato
medesimo ordinò spianare / e giammai rialzarsi in futuro / ed erigere una
colonna / che si appelli infame / lungi adunque lungi da qui / buoni cittadini
/ che voi l'infelice infame suolo / non contamini / il primo d'agosto MDCXXX.]
Come poi subissero la pena, il canonico
Giuseppe Ripamonti, che era vivo in que' tempi, ce lo dice: Confessique isti
flagitium, et tormentis omnibus excruciati perseveravere confitentes donec in
patibulum agerentur. Hi demum juxta laqueum inter carnificis manus de sua
innocentia ad populum ita dixere: mori se libenter ob scelera alia, quae
admisissent; caeterum unguendi artem se factitavisse nunquam, nulla sibi
veneficia aut incantamenta nota fuisse. Ea sive insania mortalium, sive perversitas, et livor astusque daemonis
erat. Sic indicia rerum, et judicum animi magis magisque confundebantur.
(Dopo di avere ne' tormenti confessato ogni delitto, di cui erano ricercati,
protestavano all'atto di subire la morte di morir rassegnati per espiare i loro
peccati avanti Dio, ma di non aver mai saputo l'arte di ungere, né fabbricar
veleni, né sortilegi.) Così dice il Ripamonti, che pure sostiene l'opinione
comune, cioè che fossero colpevoli.
Le crudeltà usate da più di un
giudice in quel disgraziato tempo giunsero a segno, che più di uno fu tormentato
tant'oltre da morire fra le torture: il Ripamonti lo dice, e invece d'incolpare
la ferocia de' giudici, va al suo solito a trovame la meno ragionevole cagione,
cioè che il Demonio li strangolasse. Constitit flagitii reos in tormentis a
Daemone fuisse strangulatos [Constatava che alcuni reii del misfatto,
sottoposti alla tortura, furono strozzati dal demonio].
Il cardinale Federico Borromeo,
nostro illustre arcivescovo in que' tempi, dubitava della verità del delitto, e
in una di lui scrittura inserita nel Ripamonti cosi disse: Non potuisse
privatis sumptibus haec potenta patrari. Regum, principumque nullus opes
authoritatemque comodavit. Ne caput quidem, authorve quispiam unctorum istorum,
furiarumque reperitur; et haud parva conjectura vanitatis est, quod sua sponte
evanuit scelus, duraturum haud dubio usque in extrema, si vi aliqua consilioque
certo niteretur. Media inter haec sententia, mediumque inter ambages dubiae
historiae iter. (Non si sarebbe co' danari d’un semplice privato potuto
fare una così portentosa cospirazione. Nessun re o principe ne somministrò i
mezzi, o vi diè protezione. Non apparve nemmeno chi fosse l'autore o il capo di
tali unzioni e furiosi disegni; e non è piccola congettura che fosse un sogno
il vedere una tale cospirazione svanita da sé, mentre avrebbe dovuto durare
sino al totale esterminio, se eravi una forza, un disegno, un progetto, che
dirigessero una tale sciagura. Fra tali dubbietà e incertezze deve la storia
farsi la strada.) Né quel solo illuminato cardinale vi fu allora che ne
dubitasse, che anzi convien dire che la dubitazione fosse di varj, poiché tanto
il Ripamonti che il Somaglia e altri scrittori di que' tempi si estendono a
provare la reità dei condannati; cosa che non avrebbero certamente fatta, se
non fosse stato bisogno di combattere un'opinione contraria. Anzi lo stesso
Ripamonti, che di proposito scrisse la storia di quella pestilenza, per
timidità piuttosto che per persuasione sostenne l'opinione degli unti malefici,
dolendosi egli del difficile passo in cui si trova di opinare se oltre
gl'innocenti, i quali furono di tal delitto incolpati, realmente vi fossero
veri spargitori dell’appestata unzione, mostri di natura, obbrobrj della
umanità e nemici pubblici; né tanto gli sembra scabroso il passo per la dubbiezza
del fatto, quanto perché non trovavasi posto in quella libertà in cui uno
scrittore possa spiegare i sentimenti dell'animo suo, "poiché se io dirò
(così il Ripamonti) che unzioni malefiche non vi furono, tosto si griderà ch'io
sia un empio e manchi di rispetto ai tribunali. L'orgoglio de' nobili e la
credulità della plebe hanno già adottata questa opinione, e la difendono come
inviolabile, onde cosa inutile e ingrata sarebbe se io volessi oppormivi".
Eccone le parole: Caeterum his ita expositis anceps atque difficilis mihi
locus oritur exponendi, praeter innoxio istos unctores, et capita honesta quae
nihil cogitavere mali et periculum adiere ingens, putemne veros etiam fuisse
unctores, monstra naturae, propudia generis humani, vitae communis inimicos, quales
etiam isti (cioè alcuno de' quali ha raccontato i casi) nimium injuriosa
suspicione destinabantur. Neque eo tantum difficilis ancepsve locus est, quia
res etiam ipsa dubia adhuc et incerta, sed quia ne illud quidem liberum
solutumque mihi relinquitur quod a scriptore maxime exigitur, ut animi sui
sensum de unaquaque re depromat atque explicet. Nam si dicere ego velim
unctores fuisse nullos frustra caelestes iras et consilia divina trahi ad
fraudes artesque hominum, exclamabunt illico multi historiam esse impiam, meque
ipsum impietatis teneri, judiciorumque violatorem. Adeo sedet contraria opinio
animis; pariterque et credula suo more plebs, et superba nobilitas cursu in eam
vadunt amplexi rumoris hanc auram, quomodo qui aras et focos et sacra tueretur.
Adversus hosce capessere pugnam ingratum mihi nunc, inutileque est [Ora mi
si fa innanzi un argomento incerto e difficile a svolgere; se oltre questi
innocui untori, uomini dabbene, che nulla macchinarono di male, e colsero
nonostante pericolo di vita, vi siano stati altresì veri untori, mostri di
natura, infamia del genere umano e nemici alla vita comune, siccome con troppo
ingiurioso sospetto si andava affermando. E non solo è argomento arduo perché
di dubbioso in se stesso; ma altresì perché non mi è conceduta la libertà sì
necessaria allo storico di emettere e sviluppare la propria opinione sopra
ciascun fatto. Ov'io volessi dire che non vi furono untori, e che indarno si
attribuiscono alle frodi ed alle arti degli uomini i decreti della Provvidenza
ed i celesti gastighi, molt griderebbero tosto empia la mia storia, e me
irreligioso e sprezzatore delle leggi. L'opposta opinione è ora invalsa negli
animi: la plebe credula, com'è suo stile, ed i superbi nobili essi pure,
seguendo la corrente, sono tenaci in dar fede a questo vago rumore come se
avessero a difendere la religione e la patria. Ingrata ed inutile fatica
sarebbe per me il combattere siffatta credenza]. Da ciò conoscesi qual fosse la
opinione del troppo timido Ripamonti, il quale dice: Quaestio multiplici
torsit ambage dubitantes fuerintne venena haec, et aliqua ungendi ars, an vanus
absque re ulla timor, qualia saepe in extremis malis deliramenta animos
occupare consueverunt [Gli animi ondeggiavano in molte dubbiezze circa la
questione se vi furono realmente unti ed un'arte di spargerli, ovvero se fu uno
di quei vani timori senza fondamento che spesso fan delirare gli uomini caduti
nell'estremo de' mali]; perloché evidentemente si conosce, che malgrado
l'infelicità de' tempi vi era nella città nostra un ceto d'uomini che non si
lasciarono strascinare dal furore del volgo, e sentirono l'assurdità del
supposto delitto e la falsità dell'opinione.
Riepilogando tutto lo sgraziato
amrnasso delle cose sin qui riferite, ogni uomo ragionevole conoscerà, che fu
immenso il disastro che rovinò in quell'epoca infelicissima i nosti maggiori, e
che quest'ammasso crudele di miserie nacque tutto dall’ignoranza e dalla
sicurezza ne' loro errori, che formò il carattere de' nostri avi. Somma
spensieratezza nel lasciare indolentemente entrare nella patria la pestilenza;
somma stolidità nel ricusare la credenza ai fatti, nel ricusare l'esame di un
avvenimento cosi interessante; somma superstizione nell'esigere dal cielo un
miracolo, acciocché non si accrescesse il male contagioso coll'affollare
unitamente il popolo; somma crudeltà e ignoranza nel distruggere gl'innocenti
cittadini, lacerarli e tormentarli con infernali dolori per espiare un delitto
sognato. Insomma la proscritta verità in nessun conto poté manifestarsi; i latrati
della superstizione e l'insolente ignoranza la costrinsero a rimanersene
celata. Per tutto il passato secolo si risentì in questo infelicissimo stato la
enorme scossa di quella pestilenza. Le campagne mancarono di agricoltori; le
arti e i mestieri si annientarono; e fors'anche al giorno d'oggi abbiamo de'
terreni incolti, che prima di quell'esterminio fruttavano a coltura. Si avvilì
il restante del popolo nella desolazione in cui giacque; poco rimase delle
antiche ricchezze, e non si citerà una casa fabbricata per cinquant'anni dopo
la pestilenza, che non sia meschina. I nobili s'inselvatichirono; ciascuno
vivendo in una società molto angusta di parenti, si risguardò come isolato
nella sua patria; e non si rípigliarono i costumi sociali, che erano tanto
splendidi e giocondi prima di tale sciagura, se non appena al principio del
secolo presente. Tanti malori poté cagionare la superstiziosa ignoranza!
VIII. Se la tortura sia un tormento atroce
Non può mettersi in dubbio, che
nell'epoca delle supposte unzioni pestilenziali la tortura non sia stata
veramente atrocissima Ma si potrebbe anche dire che i tempi sono mutati, e che
fu allora un eccesso cagionato dalla estremità de' mali pubblici da non servire
di esempio. Io però credo che al giorno d'oggi la pratica criminale sia diretta
da quei medesimi libri che si consultavano nel 1630, e appoggiato su questi
parmi facile cosa il conoscere, che veramente la tortura è un infernale
supplizio.
Col nome di tortura non intendo
una pena data a un reo per sentenza, ma bensì la pretesa ricerca della verità
co' tormenti. Quaestio est veritatis indagatio per tormentum, seu per
torturam; et potest tortura appellari quaestio a quaerendo, quod judex per
tormenta inquirit veritatem [L'interrogatorio è l'indagine della verità per
mezzo dei tormenti, ovvero della tortura; e la tortura si può chiamare
interrogatorio, essendo questo un'inchiesta, poiché il giudice inquisisce la
verità per mezzo dei tormenti].
I fautori della tortura cercano
calmare il ribrezzo, che ogni cuore sensibile prova colla sola immaginazione
del tormento. Poco è il male, dicono essi, che ne soffre il torturato; si
tratta di un dolore passaggiero, per cui non accade mai l'opera di medico o
cerusico; sono esagerati i dolori che si suppongono. Tale è il primo argomento,
col quale si cerca di soffocare il raccapriccio, che alla umanità sveglia la
idea della tortura. Pure dai fatti accaduti nel 1630 viene delineato a
caratteri di sangue l'orrore di questi tormenti; le leggi, le pratiche sotto le
quali viviamo sono le stesse, siccome ho detto, ed altro non manca per ripetere
le stesse crudeltà, se non che ritornassero de' giudici simili a quelli
d'allora. Si adopera attualmente per tortura la lussazione dell'osso
dell'omero; si adopera talvolta il fuoco a' piedi, crudeli operazioni per se
stesse, ma nessuna legge limita la crudeltà a questi due modi; i dottori che
sono i maestri di questi spasimi, i dottori che si consultano per regola e
norma de' giudizj criminali, non prescrivono certamente molta moderazione. Il
Bossi Milanese, che tratta della pratica criminale di Milano, al tit. De
Torturis, n. 2 dice: "Non chiamerò tortura ogni dolore di corpo: la
tortura debb'essere più grave, che se si tagliassero ambe le mani; e soffrir la
tortura, egli è patire le estreme angosce dello spasimo... E basta osservare i
preparativi e i modi di tormentare per conoscerlo: niente è mite, anzi tutto è
crudelissimo; e perciò spesse volte si dà la tortura col fuoco, e quel che dice
l'uomo tormentato col fuoco si reputa la verità istessa". (Nec
quodlibet tormentum cum dolore corporis dicitur quaestio: hinc est quod gravior
est tortura, quam utriusque manus abscissio; et pati torturam est supremas
angustias sustinere, ut vidimus et audivimus, et de his tormentis loquitur
totus titulas de quaestionibus; sic etiam loquuntur doctores quod maxime
patet dum congerunt instrumenta et modos torquendi; quia nihil horum est leve,
immo crudelissimun, et ideo etiam igne saepe rei torquentur: igne defatigati,
quae dicunt ipsa videtur esse veritas.) Dopo ciò non saprei mai come possa
dirsi, che la tortura per sé sia un male da poco. Non nego che un giudice umano
potrà temperare la ferocia di questa pratica, ma la legge non è certamente
mite, né i dottori maestri lo sono punto. Veggasi con qual crudeltà il Zigler
descrive questa inumanissima pratica "Oltre lo stiramento, con candele
accese si suole arrostire a fuoco lento il reo in certe parti del corpo; ovvero
alle estremità delle dita si conficcano sotto l'unghie de' pezzetti di legno
resinoso, indi si appiccica il fuoco a que' pezzetti; ovvero si pongono a
cavallo sopra un toro o asino di bronzo vacuo, entro cui si gettano carboni
ardenti, e coll'infuocarsi del metallo acerbamente e con incredibili dolori si
cruciano." Tali sono i precetti che dà questo dottore, di cui ecco le
parole originali: Praeter expansionem, carnifices cutem inquisiti cadentibus
luminibus in certis corporis partibus lento igne urunt; vel partes digitorum
extimas immissis infra ungues piceis cuniculis, iisque postmodum accensis per
adustionem inquisitos excruciant; aut etiam tauro vel asino ex metallis
formato, ut incalescenti paullatim per ignes injectos, tandemque per auctum
calorem nimium doloribus incredibilibus insidentes urgeant, delinquentes
imponunt. Farinaccio istesso parlando de’ suoi tempi asserisce che i
giudici, per il diletto che provavano nel tormentare i rei, inventavano nuove
specie di tormenti; eccone le parole: Judices qui propter delectationem,
quam habent torquendi reos, inveniunt novas tormentorum species. Tale è la
natura dell'uomo che superato il ribrezzo de' mali altrui e soffocato il
benefico germe della compassione, inferocisce e giubila della propria
superiorità nello spettacolo della infelicità altrui; di che ne serve d'esempio
anche il furore de' Romani per i gladiatori. Veggasi lo stesso Farinaccio, ove
dà il ricordo al giudice di moderarsi ed astenersi dal tormentare il reo colle
sue proprie mani; e cita chi vide un pretore, che prendeva il carcerato pe'
capelli e gli orecchi, e fortemente lo faceva cozzare contro di una colonna,
dicendogli: "ribaldo, confessa"; cosi egli: abstineat etiam judex
se ab eo quod aliqui judices facere solent, videlicet a torquendo reos cum
propriis manibus... Refert Paris de Puteo se vidisse quemdam potestatem, qui
capiebat reum per capillos, vel per aures, dando caput ipsius fortiter ad
columnam, dicendo: confitearis et dicas veritatem, ribalde [si astenga il
giudice da ciò che alcuni giudici sogliono fare, dal torturare cioè gli
imputati con le proprie mani... Paride del Pozzo riferisce d'aver egli stesso
visto un giudice che afferrava il reo per i capelli, per le orecchie e,
battendogli la testa contro una colonna, diceva: confessa, ribaldo, di’ la
verità]. Il celebre Bartolo di se stesso ci significa, come gli accadde di rovinare
un giovine robusto uccidendolo colla tortura; quindi ne deduce che non mai si
debba imputare al giudice un simile accidente. Hoc incidit mihi, quia dum
viderem juvenem robustum, torsi illum et statim fere mortuus est; e con
tale indifferenza racconta il fatto atroce quel freddissimo dottore. Dopo ciò
convien pure accordare, e sull'esempio delle unzioni pestifere e sulle dottrine
de' maestri della tortura, ch'ella è crudele e crudelissima e che se a1 giorno
d'oggi la sorte fa che gli esecutori la moderino, non lascia perciò di essere
per se medesima atroce e orribile, quale ognuno la crede, e queste atrocità e
questi orrori legalmente autorizzati può qualunque uomo nuovamente soffrirli,
sintanto che o non sia moderata con nuove leggi la pratica, ovvero non sia
abolita. Né gli orrori della tortura si contengono unicamente nello spasimo che
si fa patire, spasimo che talvolta ha condotto a morire nel tormento più d'un
reo; ma orrori ancora vi spargono i dottori sulle circostanze di amministrarla.
Il citato Bossi asserisce, che se un reo confessa invitato dal giudice con
promessa che confessandosi reo non gli accaderà male, la confessione è valida e
la promessa del giudice non tiene. Il Tabor dice che anche a una donna che
allatti si può benissimo dar la tortura, purché non accada diminuzione di
alimenti al bambino: Etiam mulieri lactanti torturam aliquando fuisse
indictam, cum ea moderatione ne infanti in alimentis aliquid decedat, quam
declarationem facile admitto. Per dare poi la tortura a un testimonio, basta
che egli sia di estrazione vile perché sia autorizzato il tormento: Vilitas
personae est justa causa torquendi testem, e il Claro asserisce che basta
vi siano alcuni indizj contro un uomo, e si può metterlo alla tortura; e in
materia di tortura e di indizj, non potendosi prescrivere una norma certa,
tutto si rimette all'arbitrio del giudice: Sufficit adesse aliqua indicia
contra reum ad hoc, ut torqueri possit... In hoc autem quae dicantur indicia ad
torturam sufficientia scire debes, quod in materia judiciorum et torturae
propter varietatem negotiorum et personarum, non potest dari certa doctrina,
sed remittitur arbitrio judicis. La sola fama basta perché, se il giudice
lo vuole, sia un uomo posto alla tortura. Basti un solo orrore per tutti; e
questo viene riferito dal celebre Claro Milanese, che è il sommo maestro di
questa pratica. "Un giudice può, avendo in carcere una donna sospetta di
delitto, farsela venire nella sua stanza secretamente, ivi baciarla.
accarezzarla, fingere di amarla, prometterle la libertà affine d'indurla ad
accusarsi del delitto, e con tal mezzo un certo reggente indusse una giovine ad
aggravarsi di un omicidio, e la condusse a perdere la testa" Acciocché non
si sospetti che quest'orrore contro la religione, la virtú e tutti i più sacri
principj dell'uomo sia esagerato, ecco cosa dice il Claro: Paris dicit, quod
judex potest mulierem ad se adduci facere secreto in camera, et eidem dicere
quod vult eam habere in suam, et fingere velle illam deosculari et ei pollicere
liberationem; et quod ita factum fuit a quodam regente qui quamdam mulierem
blanditiis illis induxit ad consfitendum homicidium, quae postea decapitata
fuit.
Non credo di essere acceso da
molto entusiasmo, se dico essere la tortura per se medesima una crudelissima
cosa, essere orribile la facilità, colla quale può farsi soffrire ad arbitrio
di un solo giudice nella solitudine del carcere, ed essere veramente degna
della ferocia de' tempi delle passate tenebre la insidiosa morale, alla quale
si ammaestrano i giudici da taluno de' più classici autori. Si tratta adunque
di una questione seriissima e degna di tutta l'attenzione, e non regge quanto
si può dire per diminuirne il ribrezzo o l'importanza.
IX. Se la tortura sia un mezzo per conoscere la verità
Se la inquisizione della verità
fra i tormenti è per se medesima feroce, se ella naturalmente funesta la
immaginazione di un uomo sensibile, se ogni cuore non pervertito spontaneamente
inclinerebbe a proscriverla e detestarla; nondimeno un illuminato cittadino
preme e soffoca questo isolato raccapriccio e contrapponendo ai mali, dai quali
viene afflitto un uomo sospetto reo, il bene che ne risulta dalla scoperta
della verità nei delitti, trova bilanciato a larga mano il male di uno colla
tranquillità di mille. Questo debb'essere il sentimento di ciascuno, che, nel
distribuire i sensi di umanità, non faccia l'ingiusto riparto di darla tutta
per compassionare i cittadini sospetti, e niente per il maggior numero de'
cittadini innocenti. Questa è la seconda ragione, alla quale si cerca di
appoggiare la tortura da chi ne sostiene al giorno d'oggi l'usanza come
benefica ed opportuna, anzi necessaria alla salvezza dello stato.
Ma i sostenitori della tortura
con questo ragionamento peccano con una falsa supposizione. Suppongono che i
tormenti sieno un mezzo da sapere la verità: il che è appunto lo stato della
questione. Converrebbe loro il dimostrare che questo sia un mezzo di avere la
verità, e dopo ciò il ragionamento sarebbe appoggiato; ma come lo proveranno?
Io credo per lo contrario facile il provare le seguenti proposizioni:
I. Che i tormenti non sono un
mezzo di scoprire la verità.
II. Che la legge e la pratica
stessa criminale non considerano i tormenti come un mezzo di scoprire la
verità.
III. Che quand'anche poi un tal
metodo fosse conducente alla scoperta della verità, sarebbe intrinsecamente
ingiusto.
Per conoscere che i tormenti non
sono un mezzo per iscoprire la verità, comincierò dal fatto. Ogni criminalista,
per poco che abbia esercitato questo disgraziato metodo, mi assicurerà che non
di raro accade, che de' rei robusti e determinati soffrono i tormenti senza mai
aprir bocca, decisi a morire di spasimo piuttosto che accusare se medesimi. In
questi casi, che non sono né rari né immaginati, il tormento è inutile a scoprire
la verità. Molte altre volte il tormentato si confessa reo del delitto; ma
tutti gli orrori, che ho di sopra fatti conoscere e disterrati dalle tenebre
del carcere ove giacquero da più d'un secolo, non provan eglino abbastanza che
quei molti infelici si dichiararono rei di un delitto impossibile e assurdo, e
che conseguentemente il tormento strappò loro di bocca un seguito di menzogne,
non mai la verità? Gli autori sono pieni di esempi di altri infelici, che per
forza di spasimo accusarono se stessi di un delitto, del quale erano innocenti.
Veggasi lo stesso Claro, il quale riferisce come al suo tempo molti per la
tortura si confessarono rei dell'omicidio d'un nobile e furono condannati a
morte, sebbene poi alcuni anni dopo sia comparso il supposto ucciso, che
attestò non essere mai stato insultato da' condannati. Veggasi il Muratori ne'
suoi Annali d’Italia, ove parlando della morte del Delfino così dice:
"Ne fu imputato il conte Sebastiano Montecuccoli suo coppiere, onorato
gentiluomo di Modena, a cui di complessione dilicatissima... colla forza
d'incredibili tormenti fu estorta la falsa confessione della morte procurata a
quel principe ad istigazione di Antonio de Leva e dell'imperatore stesso,
perloché venne poi condannato l'innocente cavaliere ad una orribile
morte". Il fatto dunque ci convince che i tormenti non sono un mezzo per
rintracciare la verità, perché alcune volte niente producono, altre volte
producono la menzogna.
Al fatto poi decisamente
corrisponde la ragione. Quale è il sentimento che nasce nell'uomo allorquando
soffre un dolore? Questo sentimento è il desiderio che il dolore cessi.
Più sarà violento lo strazio, tanto più sarà violento il desiderio e
l'impazienza di essere al fine. Quale è il mezzo, col quale un uomo torturato
può accelerare il termine dello spasimo? Coll'asserirsi reo del delitto su di
cui viene ricercato. Ma è egli la verità che il torturato abbia commesso il
delitto? Se la verità è nota, inutilmente lo tormentiamo; se la verità è
dubbia, forse il torturato è innocente: e il torturato innocente è spinto
egualrnente come il reo ad accusare se stesso del delitto. Dunque i tormenti
non sono un mezzo per iscoprire la verità, ma bensì un mezzo che spinge l'uomo
ad accusarsi reo di un delitto, lo abbia egli, ovvero non lo abbia commesso.
Questo ragionamento non ha cosa alcuna che gli manchi per essere una perfetta
dimostrazione.
Sulla faccia di un uomo
abbandonato allo stato suo natura delle sensazioni si può facilmente conoscere
la serenità della innocenza, ovvero il turbamento del rimorso. La placida
sicurezza, la voce tranquilla, la facilità di sciogliere le obbiezioni
nell'esame possono far ravvisare talvolta l'uomo innocente; e così il cupo
turbamento, il tono alterato della voce, la stravaganza, l'inviluppo delle
risposte possono dar sospetto della reità. Ma entrambi sieno posti, un reo e un
innocente fra gli spasimi, fra le estreme convulsioni della tortura; queste
dilicate differenze si eclissano; la smania, la disperazione, l'orrore si
dipingono egualmente su di ambi i volti, gemono egualmente, e in vece di
distinguere la verità, se ne confondono crudelmente tutte le apparenze.
Un assassino di strada avvezzo a
una vita dura e selvaggia, robusto di corpo e incallito agli orrori resta
sospeso alla torura, e con animo deciso sempre rivolge in mente l'estremo
supplizio che si procura cedendo al dolore attuale; riflette che la sofferenza
di quello spasimo gli procurerà la vita, e che cedendo all'impazienza va ad un
patibolo; dotato di vigorosi muscoli, tace e delude la tortura. Un povero
cittadino avvezzo a una vita più molle, che non si è addomesticato agli orrori,
per un sospetto viene posto alla tortura; la fibra sensibile tutta si scuote,
un fremito violentissimo lo invade al semplice apparecchio: si eviti il male
imminente, questo pesa insopportabilmente, e si protragga il male a distanza
maggiore; questo è quello che gli suggerisce l'angoscia estrema in cui si trova
avvolto, e si accusa di un non commesso delitto. Tali sono e debbono essere gli
effetti dello spasimo sopra i due diversi uomini. Pare con ciò concludentemente
dimostrato, che la tortura non è un mezzo per iscoprire la verità, ma è un
invito ad accusarsi reo egualmente il reo che l'innocente; onde è un mezzo per
confondere la verità, non mai per iscoprirla.
X. Se le leggi e la pratica criminale risguardino la
tortura come un mezzo per avere la verità
Ho stabilito di provare in
secondo luogo che le leggi e la pratica istessa de' criminalisti non
considerano la tortura come un mezzo per distinguere la verità. Ciò si conosce
facilmente osservando, che non trovasi prescritto alcun metodo o regolamento
nel Codice Teodosiano, e nessuno parimenti nel Codice Giustinianeo per
applicare ai tormenti i sospetti rei. In que' sterminati ammassi di leggi e
prescrizioni, ove si sminuzzano le minime differenze de' casi e civili e
criminali, niente si prescrive per la tortura. Se la legge adunque avesse
risguardati questi tormenti come un mezzo per iscoprire la verità, non se ne
sarebbe fatta una omissione in ambo i Codici del modo, de’ casi, e delle
riserve, colle quali si dovesse adoperare. Concludo adunque dal silenzio stesso
del corpo delle leggi, che la legge non considera la tortura come un mezzo per
rintracciare la verità. Se poi il solo argomento negativo non sembrasse bastante
a dimostrar questa verità, veggasi la legge I § 25 ff. de quaestionibus,
ove ben lontano lo spirito delle leggi romane dal riguardare la tortura come un
mezzo da rinvenire la verità, anzi vi si legge: "La tortura è un mezzo
assai incerto e pericoloso per ricercare la verità, poiché molti colla
robustezza e la pazienza superano il torrnento e in nessun modo parlano; altri
insofferenti mentiscono mille volte, anzi che resistere al dolore". Quaestio res est fragilis et periculosa,
et quae ventatem fallat. Nam plerique patientia, sive duritia
tormentorum illa tormenta contemnunt, ut exprimi eis veritas nullo modo possit;
alii tanta sunt impatientia, ut quodvis mentiri, quam pati tormento velint.
Così si esprime positivamente il Digesto, e tale era l'opinione de' Romani
nostri legislatori e maestri, i quali conoscevano l'uso della tortura sopra gli
schiavi, siccome vedremo poi. Dunque la legge non risguarda la tortura come un
mezzo per la scoperta della verità
Io però ho asserito di più che
non solamente la legge, ma nemmeno la pratica criminale considera la tortura
per un mezzo d'avere la verità. Pare questo un paradosso, eppure io credo di
poterlo evidentemente dimostrare.
Primieramente, se i dottori
risguardassero la tortura con un mezzo per iscoprire la verità nei delitti, non
escluderebbe se medesimi dall'essere torturati, poiché è tale l'interesse
dell’umana società che i delitti si scoprano, che nessuno può essere sottratto
dai mezzi di scoprirli; in quella guisa che nessuno sottratto de' dottori dalla
pena di morte, esiglio ecc., ogni qualvolta co' suoi delitti l'abbia meritata.
Io perdonerò se ciascun cerchi di rialzare il proprio mestiero, e non mi farà
maraviglia che il Wesembeccio dica che i dottori sono per dignità eguali ai
nobili e decurioni, e per meriti eguali ai militari: Doctores nobilibus et
decurionibus dignitate, militibus autem meritis aequiparantur; ma non
sarebbe perdonabile alcuno, che osasse dare alla propria facoltà una impunità
nei delitti. Se adunque i nobili e i dottori sono privilegiati per la tortura,
segno è che non viene essa dai criminalisti considerata come un mezzo per avere
1a verità.
Secondariamente, se i dottori
considerassero la tortura come un mezzo per avere la verità, prescriverebbero
di attenervisi e considerare per certo quello che un tormentato dice fra i
tormenti. La pratica però ordina che ciò non sia attendibile, se l'uomo qualche
tempo dopo e in luogo lontano da ogni apparecchio di tortura non ratifica
l'accusa fatta a se medesimo, acciocché non rimanga sospetto che la violenza
dello spasimo abbia indotto il torturato ad accusarsi indebitamente. Dunque la
pratica stessa criminale non risguarda lo strazio della tortura come un mezzo
per avere la verità. Questa pratica si è veduta eseguita anche sugli
infelicissimi Piazza e Mora, ed è poi una contraddizione veramente barbara
quella di rinnovare la tortura all'uomo che revochi l'accusa fattasi nei
tormenti. Alcuni dottori trovano giusta una tale alternativa indefinitivamente,
per quante volte il torturato disdice l'accusa datasi; cosicchè o deve alla
fine morire di spasimo ripetuto, ovvero perseverare anche fuori del tormento ad
accusare se stesso. Altri dottori limitano questa altemativa a tre torture,
come il Claro. Se dunque la stessa pratica criminale insegna di non credere a
quanto un torturato dice in propria accusa fra i tormenti della tortura, ma
esige che l'accusa la ratifichi con tranquillità e libero dallo spasimo, forza
è concludere ad evidenza, che la stessa pratica criminale non considera la
tortura come un mezzo da conoscere la verità.
XI. Se la tortura sia un mezzo lecito per iscoprire la
verità
Mi rimane finalmente da provare,
che quand'anche la tortura fosse un mezzo per iscoprire la verità dei delitti,
sarebbe un mezzo intrinsecamente ingiusto. Credo assai facile il dimostrarlo.
Comincierò col dire che le parole di "sospetti, indizj, semi-prove,
semi-plene, quasi-prove ecc.", e simili barbare distinzioni e
sottigliezze, non possono giammai mutare la natura delle cose. Possono elleno
bensì spargere delle tenebre ed offuscare le menti incaute; ma debbesi sempre
ridurne la questione a questo punto, il delitto è certo, ovvero
solamente probabile. Se è certo il delitto, i tormenti sono
inutili, e la tortura è superfluamente data, quando anche fosse un mezzo per
rintracciare la verità, giacché presso di noi un reo si condanna, benché
negativo. La tortura dunque in questo caso sarebbe ingiusta, perché non è
giusta cosa il fare un male, e un male gravissimo ad un uomo superfluamente. Se
il delitto poi è solamente probabile, qualunque sia il vocabolo col
quale i dottori distinguano il grado di probabilità difficile assai a
misuararsi, egli è evidente che sarà possibile che il probabilmente reo in
fatti sia innocente; allora è somma ingiustizia l'esporre un sicuro scempio e
ad un crudelissimo tormento un uomo, che forse è innocente; e il porre un uomo
innocente fra que' strazj e miserie tanto è più ingiusto quanto che fassi colla
forza pubblica istessa confidata ai giudici per difendere l'innocente dagli
oltraggi. La forza di quest'antichissimo ragionamento hanno cercato i
partigiani della tortura di eluderla con varie cavillose distinzioni le quali
tutte si riducono a un sofisma, poiché fra l'essere e il non essere non vi è
punto di mezzo, e laddove il delitto cessa di essere certo, ivi precisamente
comincia la possibilità della innocenza. Adunque l'uso della tortura è
intrinsecamente ingiusto, e non potrebbe adoprarsi, quand'anche fosse egli un
mezzo per rinvenire Ia verità.
Che si è detto mai delle leggi
della Inquisizione, le quali permettevano che il padre potesse servire di
accusatore contro il figlio, il marito contro la moglie! L'umanità fremeva a
tali oggetti, la natura riclamava i suoi sacri diritti; persone tanto vicine
per i più augusti vincoli, distruggersi vicendevolmente! La legge civile
abborrisce siffatti accusatori, e gli esclude. Mi sia ora lecito il chiedere se
un uomo sia meno strettamente legato con se medesimo, di quello che lo è col
padre e colla moglie. Se è cosa ingiusta che un fratello accusi criminalmente
l'altro, a più forte ragione sarà cosa ingiusta e contraria alla voce della
natura che un uomo diventi accusatore di se stesso, e le due persone
dell'accusatore e dell'accusato si confondano. La natura ha inserito nel cuore
di ciascuno la legge primitiva della difesa di sé medesimo: e l'offendere se
stesso, e l'accusare se stesso criminalmente egli è un eroismo, se è fatto
spontanearnente in alcuni casi, ovvero una tirannia ingiustissima se per forza
di spasimi si voglia costringervi un uomo.
L'evidenza di queste ragioni
anche più si conoscerà riflettendo, che iniquissima e obbrobriosissima sarebbe
la legge, che ordinasse agli avvocati criminali di tradire i loro clienti.
Nessun tiranno, che io ne sappia, ne pubblicò mai una simile; una tal legge
romperebbe con vera infamia tutti i più sacri vincoli di natura. Ciò posto
chiederemo noi se l'avvocato sia piú intimamente unito al cliente, di quello
che lo è il cliente con se medesimo? Ora la tortura tende co' spasimi a ridurre
l'uomo a tradirsi, a rinunziare alla difesa propria, ad offendere, a perdere se
stesso. Questo solo basta per far sentire, senza altre riflessioni, che la
tortura è intrinsecamente un mezzo ingiusto per cercare la verità, e che non
sarebbe lecito usarlo quand'anche per lui si trovasse la verità. .
Ma come mai una pratica tanto
atroce e crudele, tanto inutile, tanto ingiusta, ha mai potuto prevalere anche
fra popoli colti e mantenersi sino al giorno d'oggi? Brevemente accennerò quali
sieno stati gli usi anticamente, come siasi introdotta, su quai principj
fondata, da quai leggi diretta; poi qualche cosa dirò delle opinioni di varj
autori e degli usi attuali di alcune nazioni d'Europa con che crederò di aver
posto fine a queste Osservazioni con un esame generale dei diversi punti di
vista, sotto i quali può ragionevolmente riguardarsi un così tristo e così
interessante oggetto.
XII. Uso delle antiche nazioni sfilla tortura
L'invenzione della tortura, se
crediamo a Remus e a Gian-Lodovico Vives, dovrebbe attribuirsi all'ultimo re di
Roma Tarquinio il Superbo, a Masenzio ed a Falaride; convien lodare il
criminalista Remus, poiché almeno giudiziosamente ha trascelti tre notissimi
tiranni per far cadere sopra tre tiranni l'obbrobrio di così inumana
invenzione. Sappiamo però che al tempo de' tiranni Falaride, Nearco e Gerolamo
furono posti alla tortura i più rispettabili filosofi de' loro tempi, Zenone
Eleate e Teodoro; e il filosofo Anassarco fu crudelmente torturato per ordine
del tiranno Nicocreonte.
L’origine di una così feroce
invenzione oltrepassa i confini della erudizione, e verosimilmente potrà essere
tanto antica la tortura, quanto è antico il sentimento nell'uomo di
signoreggiare dispoticamente un altro uomo, quanto è antico il caso che la
potenza non sia sempre accompagnata dai lumi e dalla virtù, e quanto è antico
l'istinto nell'uomo armato di forza prepotente di stendere le sue azioni a
misura piuttosto della facoltà che della ragione. Io prescindo dal risguardare
la legislazione dei libri sacri, come la legge dettata dall'autore stesso della
natura a una nazione di cuor duro; e considerando unicamente quel monumento
come il più antico testimonio che sia a nostra notizia de' costumi de' secoli
remoti, osservo che nel sacro testo nessuna menzione vi si fa della tortura;
che anzi nel prescrivere le pratiche da usarsi co' rei si vuole la strada della
convinzione co' testimonj, né si esige la confessione del reo. Veggasi il Deuteronomio
al Cap. XIX num. 10. "Non si sparga il sangue innocente su questa terra,
che Dio ti darà da abitare, acciocché tu non sia reo di sangue". Ed al
num. 16 viene ordinato il modo onde provare i delitti, cioè coi testimonj, e si
prescrive che "un solo testimonio non valga, qualunque sia il delitto, di
cui si tratti, ma che due o tre testimonj facciano la prova completa". E
un calunniatore "dovrà comparire coll’accusato in faccia a Dio e de’
sacerdoti e giudici, i quali diligentissimamente scandaglieranno entrambi, e
trovata la calunnia la puniranno della stessa pena che era dovuta al delitto falsamente
imputato". Tale fu la legislazione criminale del popolo ebreo, dove il
delitto si provò co' testimonj, e la contraddizione fra l'accusatore e il reo
con una diligentissima ricerca dei giudici, non mai cogli spasimi della
tortura. Che mai potranno dire i fautori della tortura, che la credono
necessaria al buon governo del popolo? Il sommo legislatore avrebbe egli
tralasciato un oggetto di buon governo per il suo popolo eletto? Saranno gli
uomini sotto la legge di grazia da trattarsi più duramente che sotto la legge
scritta? Sono forse i popoli di questi secoli più induriti e bisognosi di giogo
di quello che lo erano gli Ebrei? Troviamo noi Cristiani nel Vangelo qualche
seme, onde incrudelire co' nostri fratelli? Il solo giudizio che Cristo
pronunciò durante il corso della sua vita fu per assolvere la donna che si
voleva lapidare; e i Cristiani che sono imitatori, o debbon esserlo, della vita
paziente, benefica, umana, compassionevole del Redentore, scrivono i trattati
per tormentare colle più atroci e raffinate invenzioni i loro fratelli? La
contraddizione è troppo evidente. Ritorniamo all'antichità.
Presso de' Greci egualmente che
presso de' Romani fu sconosciuto l'uso della tortura per gli uomini. Non parlo
degli schiavi, i quali nel loro sistema non si consideravano come persone,
ma superficialmente come cose: in guisa che si vendevano, si uccidevano,
si mutilavano colla padronanza e libertà medesima, colla quale si fa di un
giumento, senza che le leggi limitassero la padronanza sopra di essi. La
tortura si dava ai servi, ossia schiavi, ma non ai cittadini e agli uomini. Se
fosse male o ben fatto il degradare una porzione dell'umanità al segno de'
giumenti, io non ardirei di deciderlo. Quelle due nazioni sono state le nostre
maestre, la loro grandezza tutt'ora ci fa maraviglia, noi non siamo giunti a
pareggiare la loro coltura; e da un canto solo d'inconveniente mal si
giudicherebbe del tutto insieme e della connessione necessaria che un disordine
parziale talvolta tiene colla perfezione generale del sistema. So che quando in
uno stato si voglia tenere una classe d'uomini annientata sotto l'arbitrario
potere della nazione, ogni cosa che avvilisca e degradi quella classe sarà
conforme al fine politico. Mi trovo al punto medesimo, sul quale fu l'immortale
presidente di Montesquieu, e non saprei dir meglio che servendomi delle di lui
parole: Tant d'habiles gens, et tant de beaux génies ont écrit contre
l'usage de la torture, que je n'ose parler après eux. J'allais dire qu'elle pourrait convenir dans le
gouvernements despotiques, où tout ce qui inspire la crainte entre dans les
ressorts du gouvernement; j'allais dire que les esclaves chez les Grecs et chez
les Romains... mais j'entend la voix de la nature qui crie contre moi [Tante persone illustri, e tanti nobili
ingegni hanno scritto contro l'uso della tortura che, dopo di loro io non oso
parlare. Stavo per dire che essa potrebbe convenire ne governi
dispotici, presso i quali tutto ciò che ispira la paura entra nel meccanismo
governativo; stavo per dire che gli schiavi presso i Greci e presso i Romani...
ma sento la voce stessa della natura che grida contro di me]. Che i Greci non
usassero tormenti contro i cittadini si scorge in Lisia Orat. in Argorat.,
e Curio Forturato Retore Schol. lib. 2, e per i cittadini Romani dalla
stessa legge 3 e 4 ad Legem Juliam majestatis. Dopo che la libertà di
Roma fu soggiogata e piantata la tirannia, veggonsi esentate dalla tortura le
persone di nascita, dignità o servigi militari. Durante però la repubblica,
unicamente i servi erano sottoposti a questo strazio, non mai gli uomini figli
della patria e aventi una personale esistenza; quindi la L. 27 alla L. Jul.
de adult. § 5 dice che liber homo tortus, non ut liber, sed ut servus
existimatur [L'uomo libero torturato è considerato non libero ma schiavo].
Veggasi Sallustio in Catilin., che pure attesta che le leggi Romane
proibivano il dare la tortura agli uomini liberi. Quindi Cicerone, nella sua
orazione Pro Silla, esclama contro l'insolita tirannia minacciata: Quaestiones
nobis servorum, et tormenta minitantur [Ci minacciano gli interrogatori e
le torture dei servi].
XIII. Come siasi introdotto l'uso di torturare ne'
processi criminali
La corruzione del sistema di Roma
produsse l'uso della tortura. Concentrate nella sola persona degli imperatori
le principali dignità di console, tribuno della plebe e pontefice massimo, si
annientò la repubblica e si formò il governo dispotico, collocandosi nell'uomo
medesimo il supremo comando dell'armata, la presidenza al senato, il diritto di
rappresentare la plebe e quello di presiedere alle cose sacre, agli augurj ed a
quanto moveva le opinioni del popolo. Se in Venezia lo stesso uomo fosse
comandante delle armi, doge, avogador, inquisitore di stato e patriarca sarebbe
abolita la repubblica al momento senza alcun cambiamento di sistema: così
accadde a Roma. Da principio Cesare, poi Augusto rispettarono la memoria della
libertà, che era recente nell'animo de' Romani; poiché gradatamente s'indebolì
quella, si spanse con minor ritegno il natural desiderio ne' despoti di avere
una illimitata potenza su tutto. Quindi si procurò di rendersi ben affetta la
plebe co' donativi, cogli spettacoli, coll'abbondanza dell'annona e
coll'avvilire le cospicue famiglie consolari.. E così consolando la plebe colla
umiliazione de' nobili, l'orgoglio de' quali le era di peso, ebbero la politica
di formarsi il più numeroso partito in favore; e facendo causa comune il
principe colla plebe contro i nobili, rapironsi le sostanze degli opulenti
impunemente, onde bastare al lusso capriccioso del principe ed alla scioperata
indolenza della plebe Romana, si annientò quel numero di famiglie le quali sole
potevano servire di argine alla tirannia col loro credito e colle ricchezze, e
rimase un governo in cui uno era tutto: e il restante, posto a bassissimo
livello, di nessun inciampo poté essere alle voglie illimitate del despota.
Tale è il principio che fondò l'impero romano. È dunque conforme a tal
principio che si degradassero i nobili e i cittadini e si pareggiassero ai
servi, e quindi la tortura usata per questi ultimi soli durante i tempi felici
di Roma, fosse dilatata anche ai liberi, a misura che la tirannia si rassodava.
Quindi Emilio Fervetti assicura che non invenies ante Diocletianum et
Maximianum imperatores quaestionem unquam habitam fuisse de homine ingenuo
[non troverai prima degli imperatori Diocleziano e Massimiano la tortura usata
per gli uomini liberi]. Vi è chi asserisce che al tempo di Carlo Magno venisse
nuovamente stabilito che gli uomini liberi ne fossero esenti. Certa cosa ella è
che nessuno scrittore si trova, a quanto so, il quale abbia trattato con un
metodico esame del modo di tormentare i rei prima del secolo XIV, il che fa
conoscere, che non si risguardava la tortura come essenziale ai giudizj
criminali. Dopo quel tempo vennero gli scrittori criminalisti, i quali se
avessero scritto in una lingua meno barbara, farebbero ribrezzo a chiunque si
pregia di avere una porzione d'umanità nel cuore. Allora fu che usciti gli
uomini dalla ignoranza si occuparono faticosissimamente nell'addestrarsi fra un
inviluppo di opinioni e di parole, e che sui rottami delle opinioni greche,
arabe ed ebree si eressero le università, nelle quali gravemente colle opinioni
platoniche, peripatetiche e cabalistiche, unite ai dettami di Avicenna e di
Averroè, s'imparò a delirare metodicamente in metafisica, in fisica, in
medicina, in giurisprudenza e in tutte le altre facoltà. Vennero poi il Claro,
il Girlando, il Tabor, il Giovannini, il Zangherio, I'Oldekop, il Carpzovio, il
Gandino, il Farinaccio, il Gornez, il Menocchio, il Bruno, il Brunoro, il
Carerio, il Boerio, il Cumano, il Cepolla, il Bossio, il Bocerio, il Casonio,
il Cirillo, il Bonacossi, il Brusato, il Follario, l'Iodocio, il Damoderio e
l'altra folla di oscurissimi scrittori celebri presso i criminalisti, i quali
se avessero esposto le crudeli loro dottrine e la metodica descrizione de'
raffinati loro spasimi in lingua volgare, e con uno stile di cui la rozzezza e
la barbarie non allontanasse le persone sensate e colte dall'esaminarli, non
potevano essere riguardati se non colI'occhio medesimo col quale si rimira il
carnefice, cioè con orrore e ignominia.
Forse la metodica introduzione
de' tormenti accaduta dopo il secolo Xl trae la sua origine dallo stesso
principio, che fece instituire i "Giudizj di Dio"; quando cioè si
volle interporre con una spensierata temerità il giudizio dell'eterno motore
dell'universo nelle più frivole umane questioni; quando col portare un ferro
arroventato in mano, ovvero con immergere il braccio nell'acqua bollente, e
talvolta coll’attraversare le cataste di legna ardenti, si decideva o
l'innocenza o la colpa dell'accusato. In quella barbarie dei tempi si credette
che l'Essere eterno non avrebbe sofferto che l'innocenza restasse oppressa, e
che anzi l'avrebbe sottratta al dolore e ad ogni danno; quasi che per le
piccole nostre questioni dovesse Dio sconvolgere le leggi fisiche da lui
medesimo create, ad ogni nostra richiesta. Scemata poi col tempo la grossolana
ignoranza, sentirono i popoli la irragionevolezza di tai forme di giudizio: e
quelle del ferro, dell'acqua bollente e del fuoco ferendo gli sguardi della
moltitudine, perché fatte con solennità in pubblico e precedute dalle più
auguste cerimonie, dovettero cedere e annientarsi a misura che progredì la
ragione; laddove esercitandosi le torture nel nascondiglio del carcere
senz'altri testimonj che il giudice, gli sgherri e l'infelice, non trovarono
ostacolo al perpetuarsi, essendo per lo più incallita la naturale compassione
in chi per mestiero presiede a quelle metodiche atrocità, deboli i lamenti di
quei che ne hanno sopportato l'orrore, e rari gli uomini, i quali riunendo le
cognizioni all'amore dell'umanità, abbiano avuto la costanza di esaminare un sì
lugubre oggetto colla lettura de' più rozzi e duri scrittori di tal materia, e
la forza di resistere al ribrezzo che porterebbe a lasciar cadere più volte la
penna dalle mani.
Comunque siasi della vera origine
da cui emani la nostra pratica criminale, egli è certo che niente sta scritto
nelle leggi nostre, né sulle persone che possono mettersi alla tortura, né
sulle occasioni, nelle quali possano applicarvisi, né sul modo da tormentare,
se col fuoco o col dislogamento e strazio delle membra, né sul tempo per cui
duri lo spasimo, né sul numero di volte da ripeterlo; tutto questo strazio si
fa sopra gli uomini coll'autorità del giudice, unicamente appoggiato alle
dottrine dei criminalisti citati. Uomini adunque oscuri, ignoranti e feroci, i
quali senza esaminare d'onde emani il diritto di punire i delitti, qual sia il
fine per cui si puniscono, quale la norma onde graduare la gravezza dei
delitti, qual debba essere la proporzione fra i delitti e le pene, se un uomo
possa mai costringersi a rinunziare alla difesa propria e simili principj, dai
quali intimamente conosciuti possono unicamente dedursi le natulali conseguenze
più conformi alla ragione ed al bene della società; uomini, dico, oscuri e
privati con tristissimo raffinamento ridussero a sistema e gravemente
pubblicarono la scienza di tormentare altri uomini, con quella tranquillità
medesima colla quale si descrive l'arte di rimediare ai mali de corpo umano: e
furono essi obbediti e considerati come legislatori, e si fece un serio e
placido oggetto di studio, e si accolsero alle librerie legali i crudeli
scrittori che insegnarono a sconnettere con industrioso spasimo le membra degli
uomini vivi e a raffinarlo colla lentezza e colla aggiunta di più tormenti,
onde rendere più desolante e acuta l'angoscia e l'esterminio. Tai libri, che
avrebbero dovuto con ragione ricoprire i loro autori di una eterna ignominia, e
che se fossero in lingua volgare e comunemente letti più che non sono, o
farebbero orrore alla nazione, ovvero spegnendo in essa i germi di ogni umana
virtù, la compassione e la generosità dell'animo, la precipiterebbero
nuovamente verso il secolo di barbarie e di ferro; tai libri, dico, presero fra
la oscurità credito, e venerazione acquistarono presso gl'istessi tribunali; e
sebbene mancanti dell'impronta della facoltà legislativa e meri pensamenti
d'uomini privati, acquistarono forza di legge, legge illegittima in origine, e
servono tuttavia per esterminio de' sospetti rei, anche nel seno della bella,
colta e gentile Italia, madre e maestra delle belle arti, anche nella piena
luce del secolo XVIII: tanto difficil cosa è il persuadere che possano essere
stati barbari i nostri antenati, e rimovere un'antica pratica per assurda che
ella possa essere!
XIV. Opinione d'alcuni rispettabili scrittori intorno la
tortura, ed usi odierni di alcuni stati
Né mancarono di tempo in tempo
uomini illuminati, che apertamente mostrarono la disapprovazione loro all'uso
della tortura. Veggasi Cicerone nella citata orazione Pro Silla; egli
chiaramente dice: Illa tormenta moderatur dolor, gubernat natura cujsque tum
animi, tum corporis, regit quaesitor,flectit livido, corrumpit spes, infirmat
metus, ut in tot rerum angustiis nihil veritati locus relinquatur. (La
tortura è dominata dallo spasimo, governata dal temperamento di ciascuno, sì
d'animo che di membra; la ordina il giudice, la piega il livore, la corrompe la
speranza, la indebolisce il timore, cosicché fra tante angosce nessun luogo
rimane alla verità.) Così Cicerone parlava della tortura, sebbene co' soli
servi venisse allora costumata. Veggasi S. Agostino dove tratta dell'errore
degli umani giudizj quando la verità è nascosta, de errore humanorum
judiciorum dum veritas latet, ove chiaramente disapprova l'uso della
tortura: "Mentre si esamina se un uomo sia innocente si tormenta, e per un
delitto incerto dassi un certissimo spasimo; non perché si sappia che sia reo
il paziente, ma perché non si sa se sia reo, quindi l'ignoranza del giudice
ricade nell'esterminio dell'innocente". (Dum quaeritur utrum sit
innocens cruciatur, et innocens luit pro incerto scelere certissimas poenas,
non quia illud commisisse detegitur, sed quia commisisse nescitur, ac per hoc
ignorantia judicis plerumque est calamitas innocentis.) Quintiliano pure
accenna la disputa che eravi fra quei che sostenevano che la tortura è un mezzo
di scoprire la verità, e quei che insegnavano esser questa la cagione di
esporre il falso, poiché i pazienti tacendo mentiscono, e i deboli
sforzatamente mentiscono parlando: Sicut in tormentis, qui est locus
frequentissimus cum pars altera quaestionem vera fatendi necessitatem vocet,
altera saepe etiam causam falsa dicendi, quod aliis patientia facile mendacium
faciat, aliis infirmitas necessarium. Su tal proposito Seneca dice: Etiam
innocentes cogit mentiri: Il dolore sforza anche gl'innocenti a mentire.
Valerio Massimo tratta pure della tortura disapprovandola. Principalmente poi
il Vives, nel Commentario al citato passo di S. Agostino, detesta la pratica
della tortura ampiamente: io però ne riferirò soltanto parte. "Io mi
maraviglio", dice quest'autore, "che noi Cristiani riteniamo tuttavia
delle usanze gentilesche, e ostinatamente le difendiamo: usanze non solamente
opposte alla carità Cristiana, ma alla stessa umanità". (Miror
Christianos homines tam multa gentilia et ea non modo charitati et mansuetudini
christianae contraria, sed omni etiam humanitate, mordicus retinere.) Indi
soggiunge: "Qual'è mai questa pretesa necessità di tormentare gli uomini,
necessità deplorabile, e che se fosse fattibile dovrebbe con un rivo di lacrime
cancellarsi, se la tortura non è utile, anzi se se ne può far senza, né perciò
ne verrebbe danno alcuno alla sicurezza pubblica? E come vivono adunque sì gran
numero di nazioni anche barbare, come le chiamano i Greci ed i Latini, le qual
nazioni credono feroce e orrenda cosa torturare un uomo, della di cui reità si
dubita?... Non vediamo noi ben sovente degl'infelici che incontrano la morte,
anzi che poter sopportare lo spasimo e si accusano di un delitto non commesso,
certi del supplizio, per evitare la tortura? In vero debbe aver l'animo da
carnefice chi può reggere alle lacrime, ai gemiti, alle estreme angosce
espresse dallo spasimo di un uomo che non sappiamo se sia reo. E una così
acerba, così iniqua pratica lasciamo noi che domini sul capo di ciascuno di
noi?". (Quae est enim ista necessitas tam intollerabilis et tam
plangenda, etiam si fieri potest fontibus lacrymarum irriganda, si nec utilis
est, et sine damno rerum publicarum tolli potest? Quomodo vivunt multae gentes et quidem barbarae,
ut Graeci et Latini putant, quae ferum et immane arbitrantur torqueri hominem,
de cujus facinore dubitatur... An non frequentes quotidie videmus, qui mortem
perpeti malint quam tormenta, et fateantur fictum crimen de supplicio certi, ne
torqueantur? Profecto carnifices animos habemus, qui sustinere possumus gemitus
et lacrymas, tanto cum dolore expressas, hominis quem nescimus sit ne nocens. Quidquod
acerbam et per quam iniquam legem sinimus in capita nostra dominari?) Né
fra i criminalisti medesimi mancò mai un numero di uomini più ragionevoli e
colti, che detestarono l'uso de' tormenti: così lo Scalerio, il Nicolai,
Ramirez de Prado, Segla, Rupert, il Weissenbac, il Wesembeccio e simili;
l'ultimo chiama la tortura una invenzione diabolíca portata dall'inferno per
torrnentare gli uomini: inventum diabolicum ad excruciandos homines de
tormentis infernalibus allatum. E il Mattei nel suo trattato De
criminibus ha scritto contro l'uso de tormenti; e il Tommassi dice, che
onestamente confessa che la tortura è cosa iniqua e indegna di un popolo
cristiano: iniquam esse torturam et Christianas respublicas non decentem
cordate assero. Finalmente un trattato completo scrisse su tal argomento
Giovanni Grevio col titolo: Tribunal reformatum, in quo sanioris et tutioris
justitiae via judici Christiano in processu criminali commonstratur, rejecta et
fugata tortura, cujus iniquitatem et multiplicem fallaciam, atque illicitum
inter Christianos usum libera et necessaria dissertatione aperuit Joannes
Grevius ecc. [la Riforma del tribunale, in cui si indica al giudice
cristiano la via di una più sana e più sicura giustizia da seguire nei
processi, viene negata e messa al bando la tortura; la cui iniquità e frequente
fallacia e l'ingiusto uso che se ne fa dai cristiani, Giovanni Grevio ha
acclarato in una libera e indispensabile discussione].
Da questa serie d'autorità sembra
bastantemente chiaro il torto di coloro, che asseriscono che sia un nuovo
ritrovato de' moderni filosofi l'orrore per la tortura; essi non possono
aspirare a questa gloria di aver i primi sentita la voce della ragione e
dell'umanità su di tale proposito; ma tanto è antica la contraddizione a questa
barbara costumanza, quanto è antico il ragionare e l'abborrire le inutili
crudeltà. Io non citerò adunque alcuno de' moderni filosofi, contento di aver
allegate le autorità di Cicerone, di S. Agostino, di Quintiliano, di Valerio
Massimo e degli altri.
Resta finalmente da conoscere, se
quello che poté praticarsi presso la repubblica degli Ebrei, presso la Grecia e
presso Roma, sia eseguibile ancora ai tempi nostri. Io su tal proposito citerò
uno squarcio di quello che il re di Prussia ha scritto nella dissertazione, Dei
motivi di stabilire o d'abrogare le leggi. "Mi si perdoni", dice
il reale autore, "se alzo la voce contro la tortura; ardisco assumere le
parti dell’umanità contro di una usanza indegna de' Cristiani, indegna di ogni
nazione incivilita, e tanto inutile quanto crudele. Quintiliano, il più saggio
e il più eloquente retore, riguarda la tortura come una prova di temperamento;
uno scellerato robusto nega il fatto, un innocente gracile se ne accusa. È
accusato un uomo; vi sono degli indizj, il giudice vuol chiarirsene, si pone lo
sgraziato uomo alla tortura. Se egli è innocente, qual barbarie è ella mai
l'avergli fatto soffrire il martirio? Se la violenza del tormento lo sforza ad
accusare se stesso indebitamente, quale detestabile inumanità è ella mai quella
di opprimere cogli spasimi i più violenti, e condannare poi al supplizio un
cittadino virtuoso? Sarebbe men male lasciar impuniti venti colpevoli, di quello
che lo è il sacrificare un innocente. Se le leggi vengono stabilite per il bene
de' popoli, come è mai possibile che si tollerino di tali che prescrivono ai
giudici di commettere metodicamente delle azioni tanto atroci, e che ributtano
la stessa umanità? Sono già otto anni (allora che il re scriveva, ora saranno
trenta) dacché la tortura è abolita in Prussia; siamo sicuri di non confondere
il reo coll'innocente, e la giustizia non perciò ha ella perduto punto del suo
vigore". (Qu'on me pardonne
si je me recrie contre la question. J'ose prendre le parti de l'humanité contre
un usage honteux à des Chrétiens et à des peuples policés, et, j'ose ajouter,
contre un usage aussi cruel qu'inutile. Quintilien, le plus sage et le plus
éloquent des rhéteurs, dit en traitant de la question, que c'est une affaire de
tempérament: un scélérat vigoureux nie le fait, un innocent d'une complexion
faible l'avoue. Un homme est accusé, il y a des indices, le juge est dans
l'incertitude, il veut s’éclaircir: ce malheureux est mis à la question. S'il
est innocent, quelle barbarie de lui faire souffrir le martire? Si la force des
tourmens l'oblige à déposer contre lui-meme, quelle inhumanité èpouvantable que
d'exposer aux plus violentes douleurs, et de condamner à la mort un citoyen
vertueux, contre lequel il n'y a que des soupçons? Il vaudrait mieux pardonner
à vingts soupables, que de sacrifier un innocent. Si les loix se doivent
établir pour le bien des peuples, faut-il qu’on en tolère de pareilles qui
mettent les juges dans le cas de commettre méthodiquement des actions criantes,
qui révoltent l'humanité? Il y a huit ans que la question est abolie en Prusse:
on est súr de ne point confondre l'innocent et le coupable, et la justice ne
s'en fait pas moins.) Così parla, così attesta uno de' più grandi
uomini che sta sul trono. In Prussia, nel Brandeburghese, nella Slesia e in
ogni parte della dominazione prussiana non si dà più tortura di veruna sorta, e
la giustizia punisce i rei, e la società vi è sicura.
Nell'Inghilterra già da molto
tempo non si tollera più la tortura: la legge condanna a un genere di morte il
reo che ricusa di rispondere al giudice, questa si chiama la peine forte et
dure, ma a torto chiamerebbesi tortura, poiché finisce colla morte e non è veritatis
indagatio per tormentum. Veggasi sul proposito dell'Inghilterra il barone
di Bielfeld. Dacché l'esperienza fa vedere che nell'Inghilterra e nella Prussia
i delitti si discoprono e si puniscono, che la giustizia si esercita e la
società non ne soffre, ella è cosa quasi barbara il non abolire l'uso della
tortura. Chiunque ha viscere, ed
abbia una volta veduto commettere una tal violenza alla natura umana, non può,
cred'io, essere di un parere diverso; così egli: Depuis qu'on voit en
Angleterre et en Prusse que tous les crimes se découvrent, qu'ils sont punis,
que la justice est rendue, que la société n'en souffre point, il est presque
barbare de ne pas abolir l'usage de la question. Quiconque a des entrailles, et
a vu une fois faire cette violence à la nature humaine, ne saurait s'empêcher,
je pense, d'etre de mon sentiment. Che nell'Inghilterra sia affatto
abolita la tortura, lo attesta anche il presidente di Montesquieu. Anche nel
regno della Svezia non si usano torture, se crediamo a Ottone Tabor. Nei regni
d'Ungheria, di Boemia, nell'Austria, nel Tirolo ecc., per una ordinazione degna
del regno di Maria Teresa, nell'anno 1776 restò abolito l'uso della tortura; e
sulla fine dell'anno medesimo un così umano regolamento promulgossi nella
Polonia con una legge che comincia così: "La costante esperienza dimostra
quanto sia vizioso il mezzo impiegato in varj processi criminali per venire in
cognizione della verità mediante la tortura, e nello stesso tempo quanto sia
cosa crudele il farne uso per provare l'innocenza"; quindi se ne abolisce
la pratica, e si prescrive che si debbano adoperare i soli mezzi di
convinzlone.
Vi sono stati e vi sono tuttavia
alcuni, i quali per ultimo rifugio ricorrono alle locali circostanze del
Milanese, ed asseriscono non potersi far senza della tortura presso della
nostra nazione. Incautamente al certo, e per soverchia venerazione agli usi
trapassati in tal guisa calunniano la nostra patria; quasi che i cittadini
nostri, d'indole oltre modo feroce e maligna, con altro miglior mezzo non si
potessero contenere se non trattandoli con atrocità e degradandoli all'essere
di schiavi; quasi che i principj di virtù e d sensibilità fossero talmente
spenti nel nostro popolo, che quei mezzi che bastano presso le altre nazioni
fossero insufficienti per noi! Io ben so che chi fa tale eccezione non riflette
alle conseguenze, che pure immediatamente ne emanano. Chiunque conosce la
nostra patria, per i nostri concittadini ne ha un'idea ben diversa;
risovvengasi ciascuno dell'epoca non molto remota, quando la nostra benefica ed
immortale sovrana Maria Teresa essendo in pericolo di soccombere al vajuolo,
stavano aperte le chiese alle pubbliche preghiere; allora fu che ogni ceto di
persone, artigiani, contadini, nobili, plebei, tutti, posposti gli ufficj loro,
a piè degli altari singhiozzando offrivano voti all'Onnipotente per conservare
i preziosi giorni di una sovrana, alla quale la virtù, la beneficenza e il
dovere hanno guadagnato i cuori sensibili. I teneri e spontanei movimenti della
moltitudine, che non poteva essere mossa da verun fine politico, bastano a
provare il sentimento di bontà e di rettitudine che è comunemente piantato ne'
cuori. No, non si dica che i Milanesi sieno una eccezione odiosa della regola.
XV. Alcune obbiezioni che si fanno per sostenere l'uso
della tortura
Ma come costringeremo noi a
rispondere un uomo, che interrogato dal giudice si ostina al silenzio, se non
abbiasi il mezzo di costringerlo coi tormenti? Gl'Inglesi medesimi, che si
citano per abolire la tortura, in tal caso la costumano. Ma a ciò si risponde,
che è vero che gl’Inglesi nel solo caso in cui si ricusi di rispondere al
giudice, usano "la pena forte e dura" siccome essi la chiamano, la
quale termina colla morte, lasciando cadere un pesantissimo sasso a schiacciare
intieramente il contumace; ma questa non può chiamarsi tortura, ma bensì
supplizio, al quale talvolta preferirono alcuni di soccombere, anzi che essere
giudicati rei di un delitto che portasse la confisca de' beni, oltre la morte;
essendo che le leggi del regno non permettono che il fisco si approprj i beni
di chi morì colla "pena forte e dura", e in tal guisa l'amore de'
congiunti indusse alcuni a preferire il silenzio e questa pena. Si dice di più,
che forse gl'Inglesi hanno conservato una porzione dell'antica barbarie col non
abolire anche la "pena forte e dura", poiché se nelle liti civili le
leggi condannano il contumace reo a seconda delle ricerche dell'attore, bastava
portare alle procedure criminali quello stesso metodo, e riguardando il
contumace a rispondere come reo confesso condannarlo a norma delle leggi; cosi
sarà tolta ogni necessità di tormentare o chi non risponde, ovvero chi non
risponde a proposito. Se il prigioniero sarà ammonito più e più volte che il
suo silenzio avrà luogo di confessione de' delitti per i quali viene
processato, non vi sarà dubbio che si trovi chi ostinatamente cerchi di perdere
se medesimo.
A questo passo replicano i
sostenitori della pratica attuale: noi non abbiamo la legge che ci autorizzi a
condannare come convinto l'uomo, che si ostina al silenzio o alla inconcludente
risposta. Su di che essi hanno ragione di sostenere, che una sola legge che
abrogasse la tortura sarebbe dannosa al corso della giustizia, qualora
contemporaneamente non venisse promulgata l'altra che dichiarasse convinto il
contumace.
La nostra pratica criminale è
veramente un labirinto di una strana metafisica. Si prende prigione un uomo,
che si sospetta reo di un delitto. Quest'uomo cessa in quel momento di avere
una esistenza personale. Egli è un essere ideale posto nelle mani del fisco, il
quale lo interroga, lo inviluppa, lo spreme, lo tormenta sinché o colle
contraddizioni o colle incoerenze, ovvero colla confessione del delitto smunta
col tedio del carcere, colla miseria e colle torture, possa il fisco aver tratto
da lui medesimo abbastanza per citarlo in giudizio. Fatte tutte queste lunghe e
crudeli procedure, nel qua1 tempo non è permesso al reo di essere assistito o
difeso, ecco il fisco che lo cita e lo costituisce avanti il giudice reo del
tal delitto. Nei paesi più illuminati, invece, si prende una strada più breve e
naturale. Appena posto in carcere il sospetto uomo, nel primo esame si
considera cominciare il giudizio. Gli si pone in faccia il motivo per cui si
sospetta reo; gli accusatori gli si pongono davanti, se ve ne sono. Se gli
cerca ragione o discolpa: e così facilmente, e per una via più chiara, placida
e regolare si termina ogni processo. Così si fa ne' processi militari, e così
si pratica nei due reggimenti milanesi composti certamente di soldati, i quali
non sono scelti né fra i più virtuosi né fra i più semplici del popolo; e i
delitti celeremente sono puniti, e vi è una fondata idea della rettitudine de'
giudizj ne' consiglj militari.
Come mai, dicono gli apologisti
della tortura, come mai indurremo un reo a palesare i complici senza il mezzo
della tortura? Tutte queste obbiezioni sono in fatti una perenne supposizione
di quello che è il soggetto appunto della questione. Si suppone che la tortura
sia un mezzo per rintracciare la verità. Ma anche prescindendo da questo si
risponde, che un uomo che accusa se medesimo non avrà difficoltà di nominare
ordinariamente i complici; che un uomo che nega il delitto, non li può nominare
senza accusare se stesso; che finalmente per volere saper tutto e scrivere
tutta la serie della vita di un uomo e de' delitti che ha commessi o veduti
commettere, ordinariamente si riempiono le prigioni di tanti disgraziati, e si
vanno protraendo a somma lentezza i processi. È men male l'ignorare un complice
e il punire sollocitamente un reo, di quello che sia, dopo averlo lasciato
languire nello squallore del carcere per mesi ed anni, punire più uomini di un
delitto, di cui nessuno ha più memoria: cosicché altro non vede il popolo, che
la isolata atrocità che eseguisce solennernente il carnefice.
Supponiamo che l'imperator
Giustiniano fosse stato obbedito dai posteri. Egli radunò le leggi sparse, le
opinioni de' più accreditati giureconsulti romani, le decisioni del senato,
quelle del popolo, e ristringendo tutto quello che credette utile e buono dalla
sterminata mole de' libri, ne fece compilare il Codice e le Pandette, nelle
quali tutto il corpo della legislazione si conteneva, proibendo decisamente che
alcuno più non osasse farvi commenti a scrivere per interpretarle. Se ciò fosse
stato eseguito, come mai faremmo noi i giudizj criminali? Nessuna legge vi è
per ammortizzare civilmente il prigioniero, per torturarlo, per farlo poi
rivivere dopo scritto il processo. Se non vi fossero stati il Claro, il Bossi,
il Farinaccio e gli altri che di sopra ho nominati, non si prenderebbe prigione
alcun cittadino se non vi fossero gravi sospetti della di lui reità. Questi o
nascono da' testimonj che lo accusano d'un delitto, ovvero dalla vita
sfaccendata e sospetta che mena, ovvero dalle spese che fa senza che se ne veda
il come, ovvero da inimicizia violenta e minacce contro un uomo che fu offeso,
e simili. Poi si condurrebbe il prigioniero avanti non ad un solo, ma a molti
destinati a giudicarlo; verrebbe allo stesso francamente posto in faccia il
sospetto e i motivi; s'interrogherebbe, se si tratta di un omicidio o furto, a
giustificare dove egli abbia passato le ore nelle quali fu commesso il delitto;
se di un furto, come egli abbia il danaro che se gli è trovato, e così a
ciascun caso; e in poche ore si conoscerebbe se veramente il prigioniero fosse
reo, ovvero innocente. Questo è il metodo che verrebbe usato, se nella
giustizia criminale si osservassero le sole leggi, e non una pratica fondata
illegittimamente sulle private opinioni di alcuni oscuri e barbari scrìttori.
Tale è il metodo de' processi nella Gran Bretagna, ove altresì l'uomo accusato
ha due sommi vantaggi: uno cioè di essere giudicato da persone scelte fra i
suoi pari e non incallite ai giudizj criminali; I'altro di poter ricusare un
dato numero degli eletti per giudicarlo, qualora abbia motivo di diffidenza.
Tale parimenti è il metodo che si usa nel militare anche in Milano pei
reggimenti italiani, e la giustizia fa rapidamente il suo corso senza che si
lagni alcuno di tirannia, e senza che si condannino come rei gl'innocenti: caso
che non tanto di raro avviene, quanto forse si crede.
XVI. Conclusione
Io ben so che le opinioni consacrate dalla pratica de' tribunali, e tramandateci colla veneranda autorità de' magistrati, sono le più difficili e spinose a togliersi, né posso lusingarmi che ai nostri sia per riformarsi di slancio tutto l'ammasso delle opinioni che reggono la giurisprudenza criminale. Credono tutti quei che vi hanno parte, che sia indispensabile alla sicurezza pubblica di mantenere la pratica vigente: la loro opinione, vera o falsa che sia, non pregiudica alla purità del fine che li move. Però conviene che gli sostenitori della tortura riflettano, che i processi contro le streghe e i maghi erano egualmente come la tortura appoggiati all'autorità d'infiniti autori, che hanno stampato sulla scienza diabolica; che la tradizione de’ più venerati uomini e tribunali insegnava di condannare al fuoco le streghe e i maghi, i quali ora si consegnano ai pazzarelli, dacché è stato dimostrato che non si danno né maghi né streghe. Tutto quello che si può dire in favore della tortura, si poteva cinquant'anni sono dire della magia. Mi pare impossibile, che l'usanza di tormentare privatamente nel carcere per avere la verità possa reggere per lungo tempo ancora, dopoché si dimostra che molti e molti innocenti si sono condannati al supplizio per la tortura: che ella è uno strazio crudelissimo, e adoperato talora nella più atroce maniera: che dipende dal capriccio del giudice solo e senza testimonj l'inferocire come vuole: che questo non è un mezzo per avere la verità, né per tale lo considerano le leggi, né i dottori medesimi: che è intrinsecamente ingiusta: che le nazioni conosciute dell'antichità non la praticarono: che i più venerabili scrittori sempre la detestarono: che si è introdotta illegalmente ne' secoli della passata barbarie: e che finalrnente oggigiorno varie nazioni l'hanno abolita e la vanno abolendo senza inconvenionte alcuno.